Nel Mediter­ra­neo, l’80% del­la pesca proviene dal­la pesca arti­gianale, pesca real­iz­zata non lon­tano dalle coste su pic­cole barche o a bor­do di pescherec­ci. Ques­ta cat­e­go­ria di pesca è...

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Nel Mediter­ra­neo, l’80% del­la pesca proviene dal­la pesca arti­gianale, pesca real­iz­zata non lon­tano dalle coste su pic­cole barche o a bor­do di pescherec­ci. Ques­ta cat­e­go­ria di pesca è pesan­te­mente col­pi­ta dal depau­pera­men­to delle risorse ittiche con­stata­to sis­tem­ati­ca­mente dagli scien­zi­ati e dalle mis­ure restrit­tive che ne derivano.

Ogni mat­ti­na sul Vec­chio Por­to ani­ma­to di Mar­siglia le ban­car­elle dei pesca­tori atti­ra­no i pas­san­ti, che osser­vano con curiosità il con­tenu­to delle vasche piene di pesce pesca­to di buon mat­ti­no non lon­tano dalle coste mar­sigliesi. Nel menù del­la sta­gione esti­va lo scor­fano per la zup­pa, o anco­ra, sparaglioni a bizzef­fe. Davan­ti alle esi­tazioni degli acquiren­ti, i pesca­tori non esi­tano ad abbas­sare i prezzi già più che ragionevoli. « Quel­li ci fan­no capi­to­lare », è la reazione di Jean-Claude Izzo. Sedu­to nel­la sua bar­ca ormeg­giata al Vec­chio Por­to, quest’uomo è il rap­p­re­sen­tan­te dei pesca­tori di Mar­siglia, orga­niz­za­ti in prud’homie (ndr coop­er­a­ti­va di pesca) da decen­ni. “Quel­li”, sono i decisori che fis­sano le norme europee che si appli­cano tan­to ai grossi pesca­tori indus­tri­ali nell’Atlantico che ai pic­coli pesca­tori in Mediter­ra­neo. Le quote sul divi­eto di pesca del ton­no rosso e recen­te­mente sull’orata, li riguardano e li colpis­cono ugual­mente. Un sen­ti­men­to di ingius­tizia denun­ci­a­to dai pesca­tori arti­gianali. A Mar­siglia i pesca­tori pun­tano il dito anche con­tro il par­co nazionale delle Calan­ques, con­cepi­to nel 2012 da un comi­ta­to di uten­ti, di politi­ci e di scien­zi­ati.

« Non abbi­amo più molte zone dove pescare e dove il pesce è abbon­dan­te. Dall’istituzione del par­co nazionale delle Calan­ques, ho una perdi­ta del 50% del mio giro d’affari. Tut­te le zone dove si pescava il buon pesce sono ormai vietate alla pesca. Non sono con­tro queste ris­erve ma ci vor­reb­bero delle leg­is­lazioni più flessibili che ci per­me­ttessero di poter per­scare qualche volta », insis­te Jean-Claude Izzo. Il 60,17 per cen­to, ossia 53292 km² del­lo spazio costiero mediter­ra­neo france­se, è pos­to sot­to uno statu­to di pro­tezione attra­ver­so delle aree marine pro­tet­te con dei liv­el­li vari­abili di proibizione del­la pesca e delle altre attiv­ità tur­is­tiche. L’istituzione di queste aree è decisa e delim­i­tata da diver­si decisori in fun­zione del­la nat­u­ra del­la pro­tezione ; può dun­que trat­tar­si di un par­co mari­no, un par­co nazionale, un par­co nat­u­rale mari­no, una ris­er­va nat­u­rale, un par­co nat­u­rale regionale, un ter­reno acquisi­to per la con­ser­vazione del litorale, un decre­to di pro­tezione e, tra le varie tipolo­gie, si trovano anche i siti clas­si­fi­cati Nat­u­ra 2000.

L’interesse di delim­itare delle aree marine pro­tet­te

« Dove si smet­te di pescare si ha ovun­que una più grande diver­sità di pesce e i pesci sono più grossi. Da 40 anni la risor­sa si riduce, i pesca­tori ne han­no con­sapev­olez­za. Le tec­niche di pesca si sono molti­pli­cate, il mate­ri­ale si è evo­lu­to, dun­que l’attività è cresci­u­ta », riv­e­la Lau­rence Ledi­reach, ricer­ca­trice all’Imo, l’Istituto mediter­ra­neo di oceanolo­gia, a Mar­siglia. « Ci sono ris­erve pro­tet­te per­ché si pesca trop­po e si osser­va una crisi delle risorse. Quindi si met­te la nat­u­ra sot­to una cam­pana di vetro e si prova a gestire meglio le attiv­ità umane », pros­egue la ricer­ca­trice che esce rego­lar­mente in mare con i pesca­tori arti­gianali, fini conosc­i­tori degli ambi­en­ti marini e del­la loro evoluzione. Questo approc­cio sci­en­tifi­co è parzial­mente con­di­vi­so da questi ultimi, che non si sentono inter­es­sati dal­la sovrapesca. A bor­do delle loro pic­cole imbar­cazioni pes­cano da 1 ora e mez­za a un mas­si­mo di 5 ore al giorno, e non han­no l’impressione di pren­dere parte all’esaurimento del­la risor­sa itti­ca. Tut­tavia la pro­gres­si­va dimin­uzione di certe specie, e l’impatto neg­a­tivo nel­lo svilup­po di altre, sono dei seg­ni seri­amente pre­si in con­sid­er­azione dalle dif­fer­en­ti branche del­la ricer­ca oceanolog­i­ca. I loro lavori quindi con­tribuis­cono a ind­i­riz­zare le deci­sioni pre­se in tema ambi­en­tale.

Le aree marine per­me­t­tono di pro­teggere gli habi­tat delle specie pri­or­i­tarie, dove queste si nutrono e si ripro­ducono. È il caso del­la pra­te­ria di posi­do­nia, indis­pens­abile e tut­tavia minac­ciata in certe zone. In gen­erale, queste sono delim­i­tate all’interno di zone poco col­pite dall’inquinamento, eccezion fat­ta per il rilas­cio di fanghi rossi tossi­ci prodot­ti dall’industria d’alluminio Altéo a Gar­dan­ne, nel par­co nazionale delle Calan­ques, a Mar­siglia, un’area mari­na pro­tet­ta dove sono sver­sa­ti questi fanghi con­te­nen­ti in parte met­al­li pesan­ti a 7,7 km dalle coste al largo di Cas­sis, attra­ver­so una canal­iz­zazione sit­u­ata a 320 metri di pro­fon­dità. La dis­per­sione di par­ti­celle per diverse centi­na­ia di metri potrebbe essere respon­s­abile del­la con­t­a­m­i­nazione, o persi­no del­la morte, di certe specie.

« Il lavoro di coges­tione con i pesca­tori è indis­pens­abile per far com­pren­dere loro le sfide e per dare con­ti­nu­ità alla risor­sa », dichiara Mag­a­li Mabari, respon­s­abile del­la comu­ni­cazione di Med­pan (rete dei gestori delle aree marine pro­tet­te nel Mediter­ra­neo). « L’obiettivo è anche di con­ser­vare questo mestiere ances­trale del­la pesca arti­gianale per­ché, delim­i­tan­do delle zone pro­tet­te, i pesci restano in vita più a lun­go e invec­chi­an­do rag­giun­gono il loro mas­si­mo liv­el­lo di fer­til­ità e si ripro­ducono più numerosi, la risor­sa si trasferisce e va a col­o­niz­zare altre zone dove la pesca è autor­iz­zata », con­tin­ua. Così in Turchia, Med­pan ha vieta­to alla pesca sei zone. Il lavoro con­giun­to di sorveg­lian­za delle guardie costiere e i pesca­tori ha per­me­s­so loro di con­ser­vare intat­te queste aree marine, dove gli stock di pesce si sono rigen­er­ati. Dopo un cer­to tem­po si sono trasfer­i­ti e han­no per­me­s­so ai pesca­tori di aumentare i loro stock e le ven­dite, e di qua­dru­pli­care le loro entrate. La sorveg­lian­za fa parte del­la ges­tione di queste aree marine pro­tet­te, se ques­ta non è assi­cu­rata lascerà il pos­to alla pesca ille­gale prat­i­cata da pro­fes­sion­is­ti o dai pesca­tori ama­to­ri­ali, numerosi sulle coste france­si.

La pesca ricre­ati­va non lim­i­tata ha un impat­to sull’ambiente mari­no

Una delle cause osser­vate dal mon­do del­la ricer­ca e del­la pesca è l’assenza di rego­la­men­tazione e di ges­tione dell’attività del­la pesca, che per­me­t­te a molte per­sone di prati­care la pesca ricre­ati­va sen­za lim­i­ti e a volte in modo ille­gale mal­grado il lavoro rig­oroso del­la guardia itti­ca. Questi pesca­tori sareb­bero cir­ca 250mi­la tra Niz­za e Col­lioure, l’insieme del­la costa mediter­ranea france­se (900 Km), e sono sem­pre meglio equipag­giati. Riguardo la pesca pro­fes­sion­ale, il comi­ta­to regionale di pesca del­la regione Paca (Proven­za-Alpi-Costa Azzur­ra) ha con­tabi­liz­za­to nel 2016 932 pesca­tori arti­gianali in Paca, di cui 252 a Mar­siglia, cifre che com­pren­dono le pic­cole pesche (le col­ture in acque marine, la mol­luschicoltura, la pic­co­la pesca di meno di 24 ore), la pesca costiera (da 24 a 96 ore), la pesca al largo e la grande pesca indus­tri­ale.

Attual­mente il ton­nel­lag­gio del­la pesca ricre­ati­va è iden­ti­co a quel­lo del­la pesca pro­fes­sion­ale, una con­statazione con­di­visa nell’ambiente del­la ricer­ca. Alcu­ni pesca­tori occa­sion­ali ne rica­vano prof­itti e restano nell’illegalità rispet­to ai pesca­tori pro­fes­sion­ali che pagano pesan­ti oneri.

Come notano alcu­ni pesca­tori sen­ti­ti a Mar­siglia, le alac­ce sono scom­parse, e certe specie come le sar­dine sono di taglia ridot­ta, seg­no che si svilup­pano male, o meno di pri­ma. In causa la sovrapesca e l’inquinamento (indus­tri­ale e del­la plas­ti­ca), che provo­cano lo sposta­men­to o l’estinzione dell’habitat dove queste si nutrono, si ripro­ducono e si svilup­pano.

L’impatto dell’uomo sug­li ambi­en­ti marini con­tribuis­ce ogni giorno all’inquinamento del Mediter­ra­neo. Sulle coste i pesca­tori sono i primi a essere col­pi­ti dal depau­pera­men­to delle risorse ittiche, e il loro mestiere rischia di perder­si. A Mar­siglia il loro numero diminuis­ce. La mag­giore fonte di inquinan­ti organi­ci nelle acque mediter­ra­nee è in pri­mo luo­go la raf­fi­nazione di petro­lio e in sec­on­da posizione ci sono gli imbal­lag­gi ali­men­ta­ri. Tut­ti noi siamo respon­s­abili quindi. Anche se esistono delle soluzioni gra­zie alla mobil­i­tazione di alcu­ni, è nos­tro dovere inter­rog­a­r­ci in pri­mo luo­go sui nos­tri stili di vita e di con­sumo.

Hélène Bourgon
Traduzione : Silvia Ricciardi

Foto: Sguardo di un pescatore sull’inquinamento

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Più di 200mi­la navi mer­can­tili attra­ver­sano il Mediter­ra­neo ogni anno. Fonte di entrate per le economie di tut­ti i Pae­si, sono anche respon­s­abili di alcu­ni tipi di inquina­men­to:...

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Più di 200mi­la navi mer­can­tili attra­ver­sano il Mediter­ra­neo ogni anno. Fonte di entrate per le economie di tut­ti i Pae­si, sono anche respon­s­abili di alcu­ni tipi di inquina­men­to: svuo­ta­men­to ille­gale dei ser­ba­toi del car­bu­ran­te e delle acque di zavor­ra, ma anche scari­co delle acque reflue. La fotografa france­se Marie-Eve Brou­et ha pas­sato dieci giorni a bor­do di un traghet­to Ro-Ro, una nave che trasporta veicoli, duran­te la tra­ver­sa­ta tra Mar­siglia, Algeri e Mosta­ganem (Alge­ria) nel 2013.

Traduzione : Silvia Ricciardi

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Più di 200mi­la barche mer­can­tili si incro­ciano ogni giorno nel Mediter­ra­neo. Svuo­ta­men­to dei ser­ba­toi del car­bu­ran­te e delle acque di zavor­ra e inci­den­ti inquinano il mare. Nonos­tan­te la...

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Più di 200mi­la barche mer­can­tili si incro­ciano ogni giorno nel Mediter­ra­neo. Svuo­ta­men­to dei ser­ba­toi del car­bu­ran­te e delle acque di zavor­ra e inci­den­ti inquinano il mare. Nonos­tan­te la rego­la­men­tazione, le asso­ci­azioni sem­bra­no impo­ten­ti.

Un’onda nera si esten­de­va nel pic­colo gol­fo, a una cinquan­ti­na di metri dal­la costa. In lon­tanan­za, due pun­ti rossi flut­tua­vano in acqua. Nel 2013, il litorale del­la cit­tà algeri­na di Skik­da veni­va con­t­a­m­i­na­to da una fuga di petro­lio. A 470 chilometri a est di Algeri, Skik­da è uno dei bas­tioni dell’industria petro­lif­era del Pae­se. Nel­la baia le sea-lines, grosse brac­cia gal­leg­gianti rosse, per­me­t­tono di cari­care le petroliere trop­po grosse per avvic­i­nar­si al por­to e alla piattafor­ma pertrolchim­i­ca del­la cit­tà. Ma quell’anno le sea-lines, inuti­liz­za­te da diver­si mesi, sec­on­do le asso­ci­azioni del­la cit­tà si sono fis­sur­ate per le intem­perie. Restava del petro­lio all’interno che si è river­sato nel mare. A Stora, il por­to di pesca attiguo, i pesca­tori non han­no potu­to fare nien­te.

A Skik­da, sver­sa­men­ti e deraglia­men­to di treni 
Gli inci­den­ti sono rego­lari, in mare come sul­la ter­ra. Tra il 2012 e il 2013 nel­la regione han­no avu­to luo­go otto inci­den­ti di treno o di camion, che han­no por­ta­to allo sver­sa­men­to del cari­co d’idrocarburi nel­la nat­u­ra. Nel luglio 2013, 580mi­la litri di gaso­lio si sono sver­sa­ti duran­te il deraglia­men­to di dieci vago­ni-cis­terne a 35 chilometri da Skik­da. I servizi del­la Sonatra­ch, com­pag­nia per­o­lif­era nazionale, han­no affer­ma­to di aver pre­so a cari­co l’inquinamento e le autorità han­no dichiara­to che non c’era sta­to «alcun impat­to sull’ambiente». Ma gli scien­zi­ati affer­mano inve­ce che anche se l’area dell’incidente è stata rip­uli­ta, in gen­erale resta il 10% del­la quan­tità totale sver­sa­ta a impreg­nare la nat­u­ra.

I res­i­den­ti si sentono impo­ten­ti. «Che si puó fare ? Nien­te. Asso­lu­ta­mente nien­te. Siamo con­dan­nati a fare il bag­no in un mare inquina­to, a man­gia­re pesce tossi­co e a res­pi­rare aria insalu­bre», sospi­ra un abi­tan­te del luo­go. Le asso­ci­azioni lan­ciano l’allerta per­ché con­statano un aumen­to dell’incidenza di can­cro.

Dal 1977, il 6% degli inci­den­ti che coin­vol­go­no petroliere nel Mediter­ra­neo han­no avu­to luo­go in Alge­ria. La Gre­cia, nel­lo stes­so peri­odo, reg­is­tra il 30% degli inci­den­ti. L’incidente più grave che abbia mai conosci­u­to il Mediter­ra­neo resta la cat­a­stro­fe dell’Haven, in Ital­ia: nel 1991, nelle acque di Gen­o­va furono sver­sate 144mi­la ton­nel­late d’idrocarburi.

Svuo­ta­men­to dei ser­ba­toi del car­bu­ran­te e delle acque di zavor­ra, “inquina­men­ti oper­azion­ali”
Ma questi inci­den­ti, cer­to spet­ta­co­lari e spes­so fat­tore di adozione di nuove rego­la­men­tazioni più sev­ere, non rap­p­re­sen­tano che un ter­zo dell’inquinamento da idro­car­buri lega­to alle navi. Ogni anno più di 400mi­la ton­nel­late di petro­lio sono delib­er­ata­mente sver­sate nel mare dal­lo svuo­ta­men­to dei ser­ba­toi del car­bu­ran­te e delle acque di zavor­ra. Lo scari­co delle acque di zavor­ra, essen­zial­mente prodot­to dalle petroliere, con­sis­te nel­lo sver­sa­men­to in mare di un mis­to d’acqua di mare e di petro­lio, prove­nien­te dai ser­ba­toi. Gli equipag­gi pro­ce­dono a quest’operazione per pulire i ser­ba­toi pri­ma di un nuovo cari­ca­men­to. Il degasag­gio, che riguarda inve­ce tut­te le navi, con­sis­te nel­lo scari­co di oli e car­bu­ran­te dei motori nel mare.

Il mar Mediter­ra­neo è par­ti­co­lar­mente sen­si­bile a questo inquina­men­to det­to “oper­azionale”, per­ché in esso si con­cen­tra il 25% del traf­fi­co marit­ti­mo mon­di­ale di idro­car­buri. La metà del traf­fi­co parte dal Medio Ori­en­te ver­so l’Italia, e cir­ca un ter­zo dall’Africa del Nord (Alge­ria e Lib­ia) ver­so la Fran­cia. Sec­on­do i dati del 2008 di Plan Bleu, 370 mil­ioni di ton­nel­late d’idrocarburi tran­si­tano ogni anno nel Mediter­ra­neo, e ogni giorno nav­igano nell’area tra 250 e 300 petroliere. Si trat­ta quindi glob­al­mente di 2000 navi di oltre 100 ton­nel­late pre­sen­ti in mare o nei por­ti, e 220mi­la navi mer­can­tili di oltre 100 ton­nel­late che attra­ver­sano ogni anno il Mediter­ra­neo.

Rego­la­men­tazioni inef­fi­caci
Sec­on­do le stime del Wwf, l’inquinamento volon­tar­io causato dal­lo scari­co di oli e residui di car­bu­ran­te rap­p­re­sen­ta l’equivalente di un naufra­gio Erika (la petroliera noleg­giata dal­la soci­età Total che ha fat­to naufra­gio nel 1999 sulle coste atlantiche france­si) a set­ti­mana nel Mediter­ra­neo. In teo­ria queste pratiche sono vietate, ma gli Sta­ti fat­i­cano a far appli­care la rego­la­men­tazione. Innanz­i­tut­to i Pae­si mediter­ranei sono poco attrez­za­ti in impianti di ricezione di queste acque di zavor­ra o di car­bu­ran­te. Poi, quan­do viene commes­sa un’infrazione, per far con­dannare i respon­s­abili bisog­na anche poter­la provare.

Ritorno sul­la costa algeri­na. Nel­la cit­tà di Annaba, ver­so la fron­tiera tunisi­na, alcune asso­ci­azioni han­no immer­so una scogliera arti­fi­ciale nel cor­so dell’estate 2016. «Una delle con­seguen­ze dell’inquinamento indus­tri­ale è la dis­truzione del­la flo­ra e del­la fau­na sot­tomarine», spie­ga Emir Berkane, por­tav­o­ce del­la rete Pro­biom, un grup­po di asso­ci­azioni di pro­tezione dell’ambiente che si sono riu­nite per avere mag­giore impat­to. Da quat­tro anni queste asso­ci­azioni han­no cer­ca­to di sen­si­bi­liz­zare le autorità alla neces­sità di ricreare la bio­di­ver­sità nei fon­dali marini. Una delle soluzioni è il posizion­a­men­to di scogliere arti­fi­ciali, che per­me­t­tono alla flo­ra di ricostru­ir­si e quindi ai pesci di tornare. «C’era un vuo­to nor­ma­tivo nel­la leg­is­lazione, abbi­amo quindi lavo­ra­to per creare dei testi e ottenere l’autorizzazione d’immergere delle scogliere arti­fi­ciali in cinque cit­tà costiere», spie­ga. Nonos­tan­te il sosteg­no del min­istro del­la Pesca dell’epoca, nonos­tan­te i finanzi­a­men­ti ottenu­ti dalle Nazioni Unite, l’autorizzazione uffi­ciale non arriva, e le asso­ci­azioni minac­ciano allo­ra di usare la “dis­obbe­dien­za civile” e immerg­ere le scogliere sen­za autor­iz­zazione. «Abbi­amo la prova sci­en­tifi­ca che nel por­to di Mar­siglia, gra­zie alla scogliera arti­fi­ciale del Prado, i pesci sono tor­nati. Ma le autorità alger­ine riten­gono che sia irre­al­iz­z­abile dal pun­to di vis­ta logis­ti­co. Allo­ra siamo bloc­cati», rac­con­ta lo scien­zi­a­to a mal­in­cuore. Attual­mente la rete Pro­biom ha real­iz­za­to un doc­u­men­tar­io ped­a­gogi­co sul­la scogliera di Annaba: «un lavoro pro­fes­sion­ale con cam­era sot­tomari­na e drone, per mostrare all’opinione pub­bli­ca che fun­ziona e che questo genere d’iniziativa dev’essere riprodot­to» assi­cu­ra Emir Berkane. Bisog­na ormai pas­sare per la base per spin­gere le autorità a pren­dere delle deci­sioni? «Il gov­er­no non va alla nos­tra stes­sa veloc­ità ─ argo­men­ta il por­tav­o­ce di Pro­biom ─. Noi rius­ci­amo a orga­niz­zare delle spedi­zioni sci­en­ti­fiche con ref­eren­ze inter­nazion­ali, rac­cogliamo fondi e orga­nizzi­amo even­ti. Ed è il quadro leg­isla­tivo a bloc­car­ci». Ma oggi il mil­i­tan­te ha una nuo­va sper­an­za, gra­zie alla nom­i­na di Nico­las Hulot come min­istro dell’Ambiente in Fran­cia. «I nos­tri due Pae­si col­lab­o­ra­no molto, e Nico­las Hulot puó avere un’influenza molto pos­i­ti­va. Si sa che spes­so è ques­tione di per­sone», sor­ride Emir Berkane.

Leïla Beratto
Traduzione : Silvia Ricciardi

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Nuovi giaci­men­ti di petro­lio, e soprat­tut­to di gas, sono sta­ti scop­er­ti negli ultimi anni nel Mediter­ra­neo. La cresc­i­ta delle attiv­ità di esplo­razione e di sfrut­ta­men­to tut­tavia non è...

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Nuovi giaci­men­ti di petro­lio, e soprat­tut­to di gas, sono sta­ti scop­er­ti negli ultimi anni nel Mediter­ra­neo. La cresc­i­ta delle attiv­ità di esplo­razione e di sfrut­ta­men­to tut­tavia non è sen­za con­seguen­ze sul­la bio­di­ver­sità, sen­za con­tare i rischi di marea nera in una zona di forte attiv­ità sis­mi­ca.

Tamar e Leviathan. Dal 2009 l’evocazione di questi due nomi scon­vol­ge l’equilibrio regionale in mate­ria di risorse di idro­car­buri. Due giaci­men­ti scop­er­ti al largo del Libano e di Israele, in zone marit­time dal­la ter­ri­to­ri­al­ità con­tes­tata. Lo sfrut­ta­men­to di Tamar è inizia­to nel 2013, ma bloc­ca­to sul lato di Leviathan. Israele ritiene che questo sia sit­u­a­to nel­la sua Zona eco­nom­i­ca esclu­si­va (Zee), cosa con­tes­tata dal Libano. Il dossier è lon­tano dall’essere archivi­a­to. I due Pae­si cer­cano di lan­cia­re lo sfrut­ta­men­to ad ogni cos­to. Il Libano ulti­ma­mente ha pre­sen­ta­to un appel­lo alla pre­sen­tazione di offer­te per l’attribuzione dei primi bloc­chi.

Il mar Mediter­ra­neo tut­tavia non è stori­ca­mente un zona che inter­es­sa lo sfrut­ta­men­to petro­lif­ero off­shore. Sec­on­do un rap­por­to del Sen­a­to france­se, pre­sen­ta­to nel 2011 in base alle val­u­tazioni dell’Istituto france­se del petro­lio, si con­tano una deci­na di piattaforme di ricer­ca, prin­ci­pal­mente in Ital­ia e in Egit­to, e 64 piattaforme di sfrut­ta­men­to di idro­car­buri in Ital­ia, Tunisia e Lib­ia. Un numero rel­a­ti­va­mente esiguo rispet­to alle 15mi­la piattaforme cen­site nel mon­do, di cui 3600 nel Gol­fo del Mes­si­co.
Ques­ta man­can­za di inter­esse è spie­gata dal­la pro­fon­dità delle risorse di idro­car­buri, che si trovano a diverse migli­a­ia di metri sot­to il mare. Per molti anni questo le ha rese quindi inac­ces­si­bili per­ché le tec­niche non per­me­t­te­vano di rag­giunger­le.

Negli ultimi dieci anni tut­tavia, le ricerche effet­tuate al largo del Brasile e dell’Angola han­no dato nuovo respiro all’esplorazione petro­lif­era, met­ten­do il mar Mediter­ra­neo nel miri­no delle com­pag­nie petro­lif­ere, e soprat­tut­to di gas nat­u­rale. «In relazione con la ricer­ca nel deep off­shore al largo dell’Angola e del Brasile, le tec­niche attuali per­me­t­tono ora di andare incon­tro ai giaci­men­ti a 2000 o 3000 metri di pro­fon­dità sott’acqua», spie­ga Roland Vial­ly, ingeg­nere geol­o­go all’Istituto france­se del petro­lio e delle nuove energie (Ifp­ne). Ter­ri­tori fino­ra sconosciu­ti ai mar­gini dei con­ti­nen­ti sono oggi acces­si­bili.

Sot­to il sale, gli idro­car­buri
Per capire queste tec­niche, un cor­so base di geolo­gia è d’obbligo. Gli oceani si com­pon­gono di diverse serie sed­i­men­ta­rie. Sec­oli fa il con­ti­nen­te africano e dell’America del Sud si toc­ca­vano. Il mare allo­ra era chiu­so. Dal fenom­e­no dell’evaporazione, il sale si è deposi­ta­to e ha cre­ato un baci­no sal­if­ero poi ricop­er­to. «Fino agli anni dal 1990 al 2000 sot­to questo stra­to di sale non si vede­va nien­te», pre­cisa Roland Vial­ly, «Il sale face­va scher­mo e allo­ra era com­pli­ca­to e anche peri­coloso attra­ver­sare questo stra­to. Ma le tec­niche sono evo­lute». Sot­to questo stra­to di sale si sco­prono altre serie sed­i­men­ta­rie ric­che di idro­car­buri. Ma si trat­ta di un petro­lio defini­to «tec­no­logi­co», più caro e più dif­fi­cile da estrar­re.

Nel Mediter­ra­neo questo stra­to di sale risale a 6 mil­ioni di anni fa, quan­do lo stret­to di Gibil­ter­ra era anco­ra chiu­so. Per analo­gia con le scop­erte fat­te in Brasile, il Mediter­ra­neo inter­es­sa di nuovo. Nel 2009 gli israeliani sco­prono il giaci­men­to di Tamar, quel­lo del Leviathan un anno più tardi. In tut­to il baci­no del Lev­an­te il poten­ziale è notev­ole. «Non mod­i­fi­ca il poten­ziale di gas mon­di­ale, ma cam­bia lo scac­chiere geopoliti­co nel­la regione». Per­ché i giaci­men­ti si trovano in un tri­an­golo insta­bile, tra Israele, Libano e Cipro, e i primi due non riconoscono rec­i­p­ro­ca­mente la lin­ea delle fron­tiere delle rispet­tive Zee, Zone eco­nomiche esclu­sive.

Ques­ta scop­er­ta, che scon­vol­ge l’equilibro delle risorse ener­getiche nel­la regione, fa anche temere una cat­a­stro­fe eco­log­i­ca di grande por­tata. Tut­to il mon­do ha anco­ra in mente la cat­a­stro­fe di Deep­wa­ter Hori­zon, nel Gol­fo del Mes­si­co, nel 2010. Sfrut­ta­to dal­la com­pag­nia petro­lif­era British Petro­le­um nel­la zona eco­nom­i­ca esclu­si­va degli Sta­ti Uni­ti, si trat­ta del più pro­fon­do poz­zo off­shore. La piattafor­ma esplode il 20 aprile 2010, ucci­den­do 11 per­sone e innes­can­do una marea nera di grandi dimen­sioni con una perdi­ta sti­mata di oltre 780 mil­ioni di litri di petro­lio.

Crédit Marc Delforge, pol­lu­tion aux hydro­car­bu­res, 7 avril 2014. Licence Cre­ative Com­mons https://creativecommons.org/licenses/by-nc/2.0/ Foto : Marc Delforge, inquina­men­to da idro­car­buri, 7 avril 2014. Licence Cre­ative Com­mons https://creativecommons.org/licenses/by-nc/2.0/

Ris­chio di marea nera, inquina­men­to sonoro e lumi­noso
Ques­ta cat­a­stro­fe eco­nom­i­ca, umana ed eco­log­i­ca che colpì più di 400 specie, ha seg­na­to Olivier Dubuquoy, a capo del movi­men­to Nation Océan, che si mobil­i­ta con­tro l’esplorazione e lo sfrut­ta­men­to d’idrocarburi nel Mediter­ra­neo. «Se un inci­den­te sim­i­le suc­cedesse nel Mediter­ra­neo, met­terebbe in peri­colo in modo duraturo l’intero baci­no di questo mare chiu­so, le cui acque ci met­tono qua­si un sec­olo a rin­no­var­si». Tan­to più che, sec­on­do il rap­por­to del Sen­a­to pre­sen­ta­to nel 2011, la cat­a­stro­fe di Deep­wa­ter Hori­zon non è iso­lata: « Da una trenti­na d’anni si sono cen­si­ti dieci inci­den­ti gravi di cui la metà ha dato luo­go a delle maree nere».

Nel novem­bre 2009, sei mesi pri­ma dell’esplosione nel Gol­fo del Mes­si­co, nel Nord dell’Australia esplode­va la piattafor­ma West Atlas, generan­do una marea nera di 30mi­la ton­nel­late di sver­sa­men­to, prin­ci­pal­mente sulle coste indone­siane. Un’eventuale dis­per­sione di idro­car­buri, che sporca le spi­agge e inquina le acque, avrebbe degli effet­ti nefasti sull’attività tur­is­ti­ca così come sul­la pesca arti­gianale o indus­tri­ale, spie­ga la dot­toran­da all’Università Aix-Mar­seille Clio Bouil­lard in un arti­colo pub­bli­ca­to sul sito The Con­ver­sa­tion. Ricor­da anche che British Petro­le­um ha dovu­to pagare cinque mil­iardi di dol­lari per «com­pen­sare les con­seguen­ze eco­nomiche» del­la cat­a­stro­fe di Deep­wa­ter Hori­zon.

Il numero con­tenu­to, benché in costan­te cresc­i­ta, di piattaforme off­shore pre­sen­ti nel Mediter­ra­neo, non farebbe quindi pas­sare in sec­on­do piano gli effet­ti dell’esplorazione sul mare. I can­noni ad aria han­no effet­ti nocivi sug­li esseri viven­ti e sui sen­si dei ceta­cei, in par­ti­co­lare per il rumore. L’inquinamento sonoro e lumi­noso delle piattaforme, dis­ori­en­ta gli ani­mali, che allo­ra fug­gono dalle zone di esplo­razione. Infine sono gli sver­sa­men­ti quo­tid­i­ani di varie sostanze, dovu­ti al nor­male fun­zion­a­men­to di una piattafor­ma, o con­seguen­ze di inci­den­ti minori, a inquinare le acque. Olivier Dubuquoy rias­sume: «Le per­forazioni dis­trug­gono l’ecosistema. Tan­to che nel Mediter­ra­neo avven­gono in zone molto pro­fonde e molto ric­che».

A questo inquina­men­to vis­i­bile va aggiun­to un effet­to più nocivo: «Queste materie, una volta con­su­mate, con­tribuis­cono al riscal­da­men­to cli­mati­co. Gli oceani sono più caldi. La bio­di­ver­sità scom­pare. In 40 anni, il 58% degli indi­vidui per specie sono scom­par­si», aller­ta il pres­i­den­te di Nation Océan. Per lim­itare il riscal­da­men­to cli­mati­co, esper­ti, soci­età civile e popo­lazioni autoc­tone sono d’accordo sul­la neces­sità di las­cia­re l’80% delle fonti fos­sili sepolte nel suolo. In un rap­por­to sci­en­tifi­co data­to 2015, il Giec (Groupe d’experts inter­gou­verne­men­tal sur l’évolution du cli­mat) e l’Agenzia inter­nazionale dell’energia, annun­ci­a­vano che per lim­itare il riscal­da­men­to a 2 gradi era nec­es­sar­io las­cia­re inuti­liz­za­te un ter­zo delle ris­erve di gas e di petro­lio e l’80% del car­bone.

Una battaglia giuridi­ca
Di fron­te a ques­ta con­sid­er­azione, Nation Océan e altre asso­ci­azioni del­la soci­età civile si mobil­i­tano per evitare ogni nuo­va esplo­razione nel Mediter­ra­neo. La sfi­da di Davide con­tro Golia, di fron­te alla poten­za delle com­pag­nie petro­lif­ere? Non pro­prio, sec­on­do Olivier Dubuquoy: «Siamo rius­ci­ti a bloc­care ogni doman­da di per­me­s­so con­tro la quale ci siamo mobil­i­tati, in questi ultimi tem­pi». Il lavoro di sorveg­lian­za è min­uzioso: «Più ci si muove presto, mag­giori sono le pos­si­bil­ità di fer­mare le doman­de di esplo­razione». Ulti­ma vit­to­ria in ordine di tem­po al largo del­la Sicil­ia. Il Gov­er­no ital­iano il 3mag­gio ha annun­ci­a­to che dava par­ere neg­a­tivo al prog­et­to di prospezione di idro­car­buri al largo del­la Cor­si­ca e del­la Sardeg­na, deposi­ta­to dal­la com­pag­nia norveg­e­se TGS NOPEC. Vit­to­rie che dan­no ali a queste attiv­ità: «Per mirare in alto bisognerebbe lib­er­are l’intero Mediter­ra­neo occi­den­tale. Alcune asso­ci­azioni unis­cono le loro forze tra Fran­cia, Spag­na e Ital­ia. La pri­ma sfi­da è di fed­er­are la soci­età civile per poi con­vin­cere i politi­ci». Una battaglia caso per caso quel­la sull’esplorazione e lo sfrut­ta­men­to d’idrocarburi off­shore, spie­ga­bile dal­la leg­is­lazione in vig­ore: «La poten­ziale grav­ità degli inci­den­ti sulle piattaforme riman­da all’attuale flessibil­ità dell’inquadramento giuridi­co del loro sfrut­ta­men­to, a strut­ture di deci­sione in caso di inci­den­te, al divar­io che esiste tra il pro­gres­so delle triv­el­lazioni e il pro­gres­so asso­ci­a­to alla sicurez­za del­lo sfrut­ta­men­to e all’età di cer­ti impianti. Un’attività giuridi­ca poco inquadrata dal dirit­to inter­nazionale», si legge nel rap­por­to del Sen­a­to france­se. E si ricor­da, nel­la sua con­clu­sione: «Il Mediter­ra­neo resta una zona sis­mi­ca atti­va. Esiste, a questo titolo, un doppio ris­chio: quel­lo lega­to ai movi­men­ti tet­toni­ci e quel­lo lega­to alla poten­za delle onde che muovono dal fon­dale, di even­tu­ali tsunami».

Coline Charbonnier
Traduzione : Silvia Ricciardi

Foto in alto: Flickr, Anna, 28 avril 2011, sabbia, acqua e idrocarburi. Licence Creative Commons https://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.0/

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Mare fan­goso, sparizione dei pesci, abi­tan­ti malati: le con­seguen­ze dell’inquinamento da fos­fati sono numerose in Tunisia. Di fron­te all’immobilismo delle autorità, le asso­ci­azioni ten­tano di mobil­itare la cit­tà....

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Mare fan­goso, sparizione dei pesci, abi­tan­ti malati: le con­seguen­ze dell’inquinamento da fos­fati sono numerose in Tunisia. Di fron­te all’immobilismo delle autorità, le asso­ci­azioni ten­tano di mobil­itare la cit­tà.

«Siamo uno dei rari posti al mon­do dove il mare si ritrae anziché avan­zare: la spi­ag­gia ha guadag­na­to 100 metri», dichiara subito Nader Chki­wa, attivis­ta dell’associazione per la pro­tezione dell’oasi di Chott Essalam, alla per­ife­ria di Gabès, nel sud del­la Tunisia.

Nader non sta facen­do pro­mozione alla spi­ag­gia di Chott Essalam, ma si sta piut­tosto allar­man­do del liv­el­lo di inquina­men­to gen­er­a­to dal­la fab­bri­ca del Grup­po chim­i­co tunisi­no (Gct). «Si sti­ma che ci sia uno stra­to di sei metri di fos­fo­ges­so nel­la baia», aggiunge cal­mo.

Instal­latasi nel 1972, la fab­bri­ca del Gct, pro­pri­età del­lo Sta­to tunisi­no, è spe­cial­iz­zata nell’arricchimento e la trasfor­mazione del fos­fa­to, prove­nien­te dal­la regione di Gafsa, in aci­do fos­fori­co e in fer­til­iz­zan­ti chimi­ci des­ti­nati prin­ci­pal­mente all’agricoltura e ampia­mente esportati. Oltre alle emis­sioni aeree estrema­mente nocive, i residui di ques­ta attiv­ità sono molto ingom­bran­ti. La pro­duzione di una ton­nel­lata di aci­do fos­fori­co gen­era cinque ton­nel­late di residui, chia­mati “fos­fo­ges­si”. Quest’argilla neras­tra, car­i­ca di met­al­li pesan­ti e leg­ger­mente radioat­ti­va, è diret­ta­mente scar­i­cata in mare. Da oltre 45 anni se ne sver­sano quo­tid­i­ana­mente qua­si 12mi­la ton­nel­late nel­la baia di Gabès.

«Non c’è più nien­te da pescare» 
Al por­to di pesca del­la cit­tà, gli scafi col­orati e le reti ste­se sulle banchine sem­bra­no fos­siliz­za­ti sot­to il sole pesan­te di giug­no. A un centi­naio di metri, il cantiere per pro­l­un­gare la diga che sep­a­ra le barche dal­la spi­ag­gia con­t­a­m­i­nata, già lun­ga più di un chilometro, sus­ci­ta curiosità. Una bar­ca accostata al por­to, che si risveg­lia tim­i­da­mente. Alcune per­sone sono arrivate a recu­per­are i frut­ti del­la pesca. Ahmed, 53 anni, pesca­tore e agri­coltore di Chott El Salem, si diverte a mostrare il pic­colo squalo che ha pesca­to. Ma quel sor­riso nascon­de una realtà molto più com­pli­cata. «Ora si va a pescare al largo di Zarzis e Ger­ba, spre­can­do ton­nel­late di gaso­lio», rac­con­ta afflit­to lan­cian­do lo squalo e incro­cian­do le brac­cia. «Pri­ma il mare era molto ric­co di pesci costieri. Polpi, sar­dine, gam­beretti, tut­to quel che si può desider­are». Il gol­fo di Gabès è una regione conosci­u­ta per la sua eccezionale bio­di­ver­sità mari­na, dovu­ta in par­ti­co­lare ad acque pro­fonde e un’ampiezza di marea tra le più ele­vate nel Mediter­ra­neo.
«Non è più il nos­tro mare, ─ lamen­ta il pesca­tore pun­tan­do il mare mar­rone cioc­co­la­to dall’altro lato del­la diga ─. Pri­ma era un mestiere facile. Si usci­va il mat­ti­no e si rien­trava con ton­nel­late di pesce. Spes­so si dove­va buttare. Adesso non c’è più nien­te da pescare a causa del fos­fo­ges­so». Anche la sua attiv­ità agri­co­la va a rilen­to. «Le col­ture sono dan­neg­giate. La zona indus­tri­ale usa molta acqua dol­ce per il proces­so di fil­trazione del fos­fo­ges­so, ma anche per il suo smal­ti­men­to in mare. Per questo gli agri­coltori dell’oasi non han­no più acqua» spie­ga Nader Chki­wa.

La sua asso­ci­azione ha orga­niz­za­to molte man­i­fes­tazioni, marce, lan­ci­a­to petizioni e numerose cam­pag­ne che mira­no a sen­si­bi­liz­zare la popo­lazione e a fare pres­sione sul­lo Sta­to. «È vitale per noi, per­ché si vive quo­tid­i­ana­mente una cat­a­stro­fe», spie­ga il gio­vane. Ques­tione tabù sot­to Ben Ali, l’inquinamento è un tema di cui tut­ti par­lano dopo la riv­o­luzione del 2011. Si sono cre­ate numerose asso­ci­azioni a Gabès e din­torni per­ché le cose si muo­vano.

Real­iz­zazione di dis­cariche o inter­ra­men­to del fos­fo­ges­so per fer­mare gli scarichi in mare, val­oriz­zazione del fos­fo­ges­so, unità di lavag­gio dei gas, unità di dissala­men­to dell’acqua di mare per non usare più l’acqua delle falde freatiche… Molte promesse sono state fat­te dal Gct e dalle autorità, sem­pre per l’anno suc­ces­sivo. Ma ad oggi nien­te è sta­to fat­to per fer­mare questo fla­gel­lo. «Pri­ma del­la riv­o­luzione se ne parlavi morivi. Adesso se ne par­lerà fino alla nos­tra morte» ironiz­za Nader.

Chia­mata allo sciopero gen­erale
Diverse asso­ci­azioni del­la soci­età civile del­la cit­tad­i­na, riu­nite sot­to il col­let­tivo Sakr El Masb [Chi­udi il con­dot­to] dall’iniziativa di Nader Chki­wa, han­no lan­ci­a­to il 20 feb­braio una chia­mata allo sciopero gen­erale per il 30 giug­no 2017, chieden­do di fer­mare lo scari­co di fos­fo­ges­so nel mare, a cos­to di fer­mare loro stes­si l’evacuazione e di bloc­care l’intero com­p­lesso indus­tri­ale. Khayred­dine Debaya, uno dei coor­di­na­tori del movi­men­to Stop Pol­lu­tion, vaga per le strade di Gabès in scooter per per­orare la sua causa. Questo movi­men­to, affil­ia­to alla sezione di Gabès del­la Lega tunisi­na dei dirit­ti dell’uomo è in pri­ma lin­ea dal 2012 nel­la battaglia con­tro l’inquinamento. Orga­niz­za­tori abit­u­ali del­la mar­cia del 5 giug­no, gior­nata mon­di­ale dell’ambiente, dal 2012, ques­ta volta se ne sono un po’ dis­tac­cati. Al di là di questo, duran­te tut­to il mese di giug­no, l’obiettivo è di orga­niz­zare dei forum e di rac­cogliere firme per fare pres­sione con­tro l’immobilismo delle autorità.

«È una ques­tione-chi­ave qui, e le diverse cor­ren­ti politiche se ne inter­es­sano. Con le elezioni munic­i­pali in vis­ta (pre­vis­te per dicem­bre 2017), è anco­ra di più il caso. Con Stop Pol­lu­tion cer­chi­amo di uscire da ques­ta situ­azione e di creare un movi­men­to popo­lare che abbia il sosteg­no di tut­ti», spie­ga l’attivista dalle sem­bianze di Che Gue­vara.

Stop Pol­lu­tion lan­cia la sua cam­pag­na di forum a Bouchem­ma. Altro bor­go vici­no al com­p­lesso chim­i­co, è col­pi­to soprat­tut­to dalle emis­sioni di gas — ammo­ni­a­ca, dios­si­do di zol­fo — del­la fab­bri­ca del Gct. In ques­ta not­te del 4 giug­no, men­tre i camini fumano in lon­tanan­za, Khayred­dine Debaya e gli attivis­ti di Stop Pol­lu­tion incon­tra­no un grup­po in sit-in davan­ti al cantiere di una nuo­va unità di trat­ta­men­to di gas in costruzione nel­la zona indus­tri­ale. L’obiettivo è di met­tere in luce i prob­lemi che incon­tra­no gli abi­tan­ti, rac­cogliere delle tes­ti­mo­ni­anze e tentare di medi­a­tiz­zarle.

Le per­sone si esp­ri­mono a turno. I pre­sen­ti denun­ciano l’inquinamento recla­man­do assun­zioni nel­la zona indus­tri­ale per gli abi­tan­ti di Bouchem­ma. Il Gct è l quin­ta impre­sa di Tunisia, con un giro d’affari di 540 mil­ioni di euro e imp­ie­ga 3700 per­sone nel suo sito di Gabès. L’atmosfera è elet­tri­ca. Una ragazz­i­na pren­de il micro­fono. «Ques­ta mat­ti­na erava­mo in aula a stu­di­are. Diver­si com­pag­ni han­no inizia­to a sen­tir­si male». Dall’alto dei suoi 9 anni Chatha par­la con sicurez­za e con par­ti­co­lare forza. È venu­ta a tes­ti­mo­ni­are insieme ad altri bam­bini. Il 4 mag­gio un rilas­cio di ammo­ni­a­ca da parte del Gct in pieno giorno arriva alla scuo­la del­la cit­tad­i­na, cau­san­do prob­lemi res­pi­ra­tori a numerosi allievi. Anche Chatha ha sof­fer­to di una crisi d’asma acu­ta. «Il pro­fes­sore è cadu­to a ter­ra, il diret­tore ci ha mes­so trop­po tem­po a rea­gire». Le ambu­lanze non arrivano, e sono quindi i gen­i­tori degli allievi che si mobil­i­tano d’urgenza per portare gli allievi col­pi­ti all’ospedale. L’ospedale pro­pone la ter­apia abit­uale: un’ora sot­to ossigeno per i bam­bini. Nes­suna diag­nosi e una sem­plice gius­ti­fi­cazione d’assenza per gli sco­lari.

L’OpenData per cen­sire le patolo­gie
Impos­si­bile trovare un’indagine epi­demi­o­log­i­ca sul­la zona di Gabès. «La cat­a­stro­fe del fos­fo­ges­so è anche la sua radioat­tiv­ità e i suoi effet­ti sul­la salute. Si sono con­statate molte patolo­gie che pos­sono essere legate alla radioat­tiv­ità: mal­for­mazioni, diver­si tipi di can­cro, prob­lemi di fer­til­ità. E le emis­sioni di gas aggiun­gono i prob­lemi res­pi­ra­tori», con­stata con amarez­za Nader Chki­wa. Fino a tem­pi recen­ti i bam­bini face­vano il bag­no nel mare di Chott Essalam, venen­do diret­ta­mente a con­tat­to col fos­fo­ges­so. «Soltan­to tre anni fa lo Sta­to ha uffi­cial­mente riconosci­u­to che la bal­neazione era vietata». L’associazione lavo­ra anche al cen­si­men­to delle patolo­gie, ma man­ca di mezzi. Nader spera di poter­lo rilan­cia­re con l’aiuto di stru­men­ti col­lab­o­ra­tivi scop­er­ti duran­te un lab­o­ra­to­rio con degli attivis­ti dell’OpenData.

Il 5 giug­no il col­let­tivo di asso­ci­azioni Sakr El Masb ha orga­niz­za­to la sua quin­ta man­i­fes­tazione dal­la chia­mata allo sciopero. Qualche centi­naio di per­sone è sce­so per le vie di Gabès fino alla sede del­la Com­pag­nia Tunisi­na dei Fos­fati. Khayred­dine Debaya e Nader Chki­wa vi parte­ci­pano anche se sono su posizioni più rad­i­cali. «Bisog­na sman­tel­lare lo sta­bil­i­men­to e met­ter­lo in una zona dove non c’è il mare o abitazioni con­tigue», spie­ga il coor­di­na­tore di Stop Pol­lu­tion. «Aspet­ti­amo il prossi­mo annun­cio», bis­biglia l’attivista di Chott Essalam. Se l’interruzione degli scarichi di fos­fo­ges­so nel mareper loro non è altro che una tap­pa, han­no deciso di essere pre­sen­ti per­ché la mobil­i­tazione del­la popo­lazione resta essen­ziale dopo essere sta­ti ampia­mente scor­ag­giati dalle promesse non man­tenute. «Tut­ti a Gabès devono essere sol­i­dali, con una visione comune che è lo sman­tel­la­men­to del­la zona indus­tri­ale, e non solo del­la fab­bri­ca Gct. Ci sono più di 20 sta­bil­i­men­ti inquinan­ti nel­la zona», com­men­ta Nader Chki­wa, con­sapev­ole che la battaglia è ben lon­tano dall’essere vin­ta. Di una sola cosa è cer­to «Gli abi­tan­ti han­no paga­to abbas­tan­za».

Timothée Vinchon
Traduzione : Silvia Ricciardi

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Pri­ma des­ti­nazione tur­is­ti­ca mon­di­ale, il Mediter­ra­neo atti­ra ogni anno mil­ioni di tur­is­ti, cosa non sen­za con­seguen­ze per l’ambiente. Per­ché aumen­to del­la popo­lazione fa rima anche con aumen­to dei...

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Pri­ma des­ti­nazione tur­is­ti­ca mon­di­ale, il Mediter­ra­neo atti­ra ogni anno mil­ioni di tur­is­ti, cosa non sen­za con­seguen­ze per l’ambiente. Per­ché aumen­to del­la popo­lazione fa rima anche con aumen­to dei rifiu­ti prodot­ti e delle acque reflue scar­i­cate, di cui si ritrova irri­me­di­a­bil­mente una parte nel mare.

Mare blu azzur­ro, spi­agge di sab­bia fine o di sas­si, luo­go di tran­suman­za estivo per eccel­len­za, il Mediter­ra­neo è un luo­go pieno di cliché. In Fran­cia bison futé (sito web del gov­er­no france­se per la sicurez­za e la cir­co­lazione stradale, ndr) affi­na le sue pre­vi­sioni. Pri­ma ondata di parten­ze pre­vis­ta saba­to 8 luglio. Il capo indi­ano Bison Futé (per­son­ag­gio pub­blic­i­tar­io che con­trol­la il traf­fi­co, dalle sem­bianze di Toro Sedu­to) prevede bolli­no rosso. Dalle fron­tiere del nord ver­so il Mediter­ra­neo Bison Futé vi con­siglia di evitare la valle del Rodano… Si potrebbe con­tin­uare così a lun­go. Lo stes­so schema si ripresen­ta sulle strade e negli aero­por­ti di Spag­na, Ital­ia, Turchia e Gre­cia (gius­to per citare la top 5 delle fre­quen­tazioni tur­is­tiche). Il Mediter­ra­neo in effet­ti può vantare il pri­ma­to tra le des­ti­nazioni tur­is­tiche mon­di­ali.

Cifre da far girare la tes­ta: quest’area rap­p­re­sen­ta più di un ter­zo degli introiti tur­is­ti­ci mon­di­ali e la metà degli arrivi inter­nazion­ali. Il set­tore è fonte dell’11% degll’occupazione nell’area. Dai 200 mil­ioni di tur­is­ti negli anni 2000, la popo­lazione tur­is­ti­ca dovrebbe rag­giun­gere i 637 mil­ioni nel 2025.

Non c’è nient’altro da aggiun­gere: il Mediter­ra­neo attrae, e con­tin­uerà ad attrar­re tur­is­ti; cosa non sen­za con­seguen­ze sull’ambiente. Per­ché aumen­to del­la popo­lazione fa rima anche con aumen­to dei rifiu­ti prodot­ti e delle acque reflue scar­i­cate, di cui si ritrova irri­me­di­a­bil­mente una parte nel mare. Plan Bleu, l’organismo col­le­ga­to al Piano d’azione per il Mediter­ra­neo dell’Onu, met­te nero su bian­co il suo par­ere in un rap­por­to data­to set­tem­bre 2016: «Il tur­is­mo costiero è una fonte di gravi impat­ti ambi­en­tali: per esem­pio, l’inquinamento mari­no e delle acque dol­ci dovu­ti allo scari­co delle acque reflue e alle dis­cariche sel­vagge con­te­nen­ti delle quan­tità con­sis­ten­ti di rifiu­ti solidi».

Rifiu­ti, bat­teri, prodot­ti chimi­ci : delle fonti di inquina­men­ti diver­si

Sarah Hatimi, respon­s­abile di prog­et­to qual­ità dell’acqua e salute dell’associazione Surfrid­er, dis­tingue tre tipi di inquina­men­to mari­no. I rifiu­ti marini, sui quali abbi­amo molte infor­mazioni e di cui conos­ci­amo gli effet­ti sull’ambiente, in par­ti­co­lare sug­li uccel­li e le tar­tarughe. L’inquinamento bat­te­ri­o­logi­co, che ha un impat­to diret­to, con reazioni cuta­nee, con­giun­tiv­i­ti, gas­troen­ter­i­ti. «Certe infezioni sono benigne, altre più pre­oc­cu­pan­ti», aggiunge. Infine, bisog­na pren­dere in con­to l’inquinamento chim­i­co, ad esem­pio le sostanze con­tenute nelle cre­me solari. «L’effetto di queste sostanze è diret­to, erad­i­ca certe specie e nuo­ce alla bio­di­ver­sità. Apre lo spazio allo svilup­po di alghe a volte tossiche», con­tin­ua Hatimi. Sec­on­do lei, gli effet­ti a lun­go ter­mine sull’uomo dell’inquinamento chim­i­co pos­sono essere gravi, ma non esistono studi epi­demi­o­logi­ci: «È dif­fi­cile iso­lare una sostan­za. Per una visione glob­ale bisog­na pren­dere in con­sid­er­azione l’insieme delle sostanze pre­sen­ti».

Per far fron­te a questo inquina­men­to e rime­di­arvi, l’associazione si lan­cia dai suoi esor­di in cam­pag­ne di sen­si­bi­liz­zazione. Stori­ca­mente, una delle azioni con­dot­te dall’organizzazione con­sis­te nelle «Ocean Ini­tia­tives », pro­gram­ma di sen­si­bi­liz­zazione ai rifiu­ti marini basato sulle rac­colte di rifiu­ti. Inizia­tive che non han­no vocazione a essere riso­lu­tive ed elim­inare il prob­le­ma dell’inquinamento delle spi­agge, ma piut­tosto ad avviare un dibat­ti­to che segua la rac­colta nei comu­ni, per real­iz­zare azioni con­crete.

In base alle cifre del­la cam­pag­na 2016, la pri­ma fonte di rifiu­ti rac­colti nel Mediter­ra­neo sono i mozzi­coni di sigaret­ta las­ci­ati sulle spi­agge o get­tati dalle barche. Di fron­te a questo le risposte pre­vis­te dai comu­ni sono moltepli­ci. A qualche miglio da Mar­siglia, in Fran­cia, La Cio­tat impedis­ce di fumare sulle spi­agge, cosa che lim­i­ta auto­mati­ca­mente l’inquinamento dei mozzi­coni. Non è questo il caso per Mar­siglia, la cit­tà foce­se. «La pre­sa di coscien­za non è anco­ra glob­ale e uni­forme in Fran­cia, e più in gen­erale nell’intera area del Mediter­ra­neo», sin­te­tiz­za Hatimi. Una delle soluzioni pas­sa per la riduzione dei rifiu­ti alla fonte: « la cosa più effi­cace per lim­itare questo inquina­men­to resta di non crearne», con­clude. L’associazione ha lan­ci­a­to in questo sen­so le cam­pag­ne « Ban the Bag » e « Reset your habits » ver­so delle pratiche buste e bot­tiglie di plas­ti­ca zero. A Cas­sis, ad esem­pio, il Comune ha paga­to i sac­chet­ti «plas­ti­ca zero» a tut­ti i com­mer­cianti per incor­ag­gia­r­li a com­piere il pri­mo pas­so.

La sfi­da del risana­men­to
Per quan­to con­cerne l’aspetto bat­te­ri­o­logi­co, la soluzione pas­sa prin­ci­pal­mente per la ques­tione del risana­men­to. Gli impianti di depu­razione nelle zone tur­is­tiche spes­so non sono adat­ti all’aumento espo­nen­ziale del­la popo­lazione nel peri­odo estivo. Certe cit­tà mediter­ra­nee molto sem­plice­mente non sono equipag­giate. L’investimento nec­es­sar­io è ele­va­to, e sen­za aiu­ti statali è spes­so impos­si­bile per i comu­ni far fron­te al rad­doppi­a­men­to o persi­no alla trip­li­cazione del­la popo­lazione in certe cit­tà a bor­do del mare. Sec­on­do l’Ong spag­no­la Atta, 800 agglom­er­azioni costiere del­la peniso­la iber­i­ca, tra cui Algésir­as in Andalu­sia, han­no una polit­i­ca di trat­ta­men­to delle acque reflue insuf­fi­cien­te. Altro impat­to da non sot­to­va­l­utare, le ville sen­za rac­cordi agli impianti col­let­tivi, che spes­so non sono con­trol­late e dispon­gono di una cat­ti­va manuten­zione.

La Con­ven­zione di Bar­cel­lona obbli­ga le cit­tà da 10mi­la a 100mi­la abi­tan­ti a real­iz­zare degli impianti di depu­razione. Un obbligo vin­colante per gli Sta­ti sig­natari che devono far appli­care queste mis­ure sot­to pena di mul­te. Anche se spes­so gli Sta­ti preferiscono pagare piut­tosto che met­ter­si in rego­la, riconosce un mem­bro dell’organismo.

Altra dif­fi­coltà, questi impianti sono spes­so costru­iti sul­la base di cifre del­la popo­lazione sta­bile, e non in rap­por­to al pic­co tur­is­ti­co. Stazione bal­n­eare france­se cre­ata nel 1963, La Grande-Mot­te accoglie 8600 abi­tan­ti d’inverno e può rag­giun­gere i 120mi­la vacanzieri in alta sta­gione. Il nuovo impianto di depu­razione inau­gu­ra­to nel 2013 per­me­t­te di pren­dere in con­to le vari­azioni di popo­lazione tra l’inverno e l’estate. Questo sis­tema si basa sul pro­ced­i­men­to di fil­trazione a mem­brana, tec­ni­ca di depu­razione che sec­on­do il Cnrs (Cen­tro nazionale di ricer­ca sci­en­tifi­ca, il Cnr france­se ndr) cos­ti­tu­is­ce una pic­co­la riv­o­luzione nel cam­po del trat­ta­men­to delle acque. Il prin­ci­p­io su cui si fon­da con­sis­te non più a elim­inare chimi­ca­mente i micro-inquinan­ti, ma ad estrar­li fisi­ca­mente. Pre­sen­ta in effet­ti il grande van­tag­gio di non uti­liz­zare alcun reat­tivo chim­i­co, a parte per la manuten­zione, ma il suo cos­to è anco­ra ele­va­to.

Dare l’esempio local­mente

Sen­za impianti di depu­razione a nor­ma il ris­chio di inquina­men­to bat­te­ri­o­logi­co aumen­ta. In Libano la ques­tione è ricor­rente. Essendo il sis­tema di trat­ta­men­to delle acque reflue qua­si inesisten­te, l’85% di queste sono attual­mente scar­i­cate in mare e nei cor­si d’acqua sen­za il pre­lim­inare trat­ta­men­to. Un’indagine con­dot­ta nel 2013 dimostra che su 18 zone di bal­neazione tes­tate lun­go il litorale, cir­ca la metà non è fre­quentabile a causa dell’alto tas­so di col­ibacil­li di orig­ine fecale indi­vid­u­ati (E. coli). Sul­la spi­ag­gia di Bey­routh il tas­so di col­ibacil­li supera le 1000 unità ogni 100 ml, quan­do sec­on­do norme sta­bilite di fre­quente, al di sopra del­la soglia delle 100 unità la bal­neazione è con­sid­er­ata peri­colosa. Per uscire dal cam­po teori­co e dare l’esempio nel suo Pae­se e intorno al Mediter­ra­neo la libane­se Rima Tarabay ha lan­ci­a­to qualche anno fa la rete delle Eco­town.

L’avventura com­in­cia a Naqura, ulti­mo vil­lag­gio pri­ma del­la fron­tiera israeliana a sud del Libano. Una situ­azione tesa a liv­el­lo di sicurez­za e l’occupazione israeliana fino all’anno 2000, che han­no para­dos­salmente preser­va­to dall’ondata di cemen­tifi­cazione del litorale libane­se. È in questo vil­lag­gio, che vive prin­ci­pal­mente di pesca, che Rima Tarabay, attivis­ta polit­i­ca tito­lare di una tesi in geografia e svilup­po sosteni­bile, vuole met­tere in prat­i­ca i prin­cipi dell’ecoturismo lim­i­tan­do le emis­sioni in mare (rifiu­ti, acque reflue, prodot­ti fitosan­i­tari usati nell’agricoltura) e pro­po­nen­do alla ven­di­ta prodot­ti locali sani.

La rete Eco­town riu­nis­ce oggi set­te cit­tà e vil­lag­gi del Mediter­ra­neo tra cui Cas­sis in Fran­cia, Amsa in Maroc­co, Pira­no in Slove­nia. L’obiettivo è di scegliere un cen­tro tur­is­ti­co di meno di 10mi­la abi­tan­ti in ogni Pae­se per met­tere a pun­to dei metodi per diminuire l’inquinamento del mare. «Una mis­ura ridot­ta che ci per­me­t­te di poter agire local­mente in modo più sem­plice», spie­ga Rima Tarabay. La car­ta del pro­gram­ma di Eco­town mostra come sia pos­si­bile preser­vare l’economia met­ten­do in val­ore l’ecoturismo. Un lavoro rig­oroso tut­to in lentez­za per­ché le sovven­zioni sono lim­i­tate ma anche per­ché cam­biare le men­tal­ità pren­de del tem­po. « È nec­es­sar­io che gli abi­tan­ti si appro­pri­no del prog­et­to e con­tin­uino dopo il pas­sag­gio dell’associazione», aggiunge Tarabay. Sec­on­do lei il prog­et­to ha sen­so nell’attuale con­testo: « I tur­is­ti sono sem­pre più con­sapevoli delle sfide ambi­en­tali. Gli occi­den­tali che si trasferiscono dal fron­te ori­en­tale han­no delle nuove aspet­ta­tive sul­la ques­tione e sono sen­si­bili alle inizia­tive che van­no in ques­ta direzione».

Naqoura, dernier vil­lage libanais avant la fron­tière avec Israël. Pre­mier site du pro­gram­me Eco­town
Naqura, ulti­mo vil­lag­gio libane­se pri­ma del­la fron­tiera con Israele. Pri­mo sito del pro­gram­ma Eco­town

Ogni prog­et­to pre­sen­ta delle sfide speci­fiche. Ad Amsa, in Maroc­co, la pia­nu­ra degrada fino al mare. Alcune case sono state costru­ite in zona sogget­ta a inon­dazioni. È sta­to nec­es­sar­io con­vin­cere il comune a fer­mare questo tipo di costruzioni. Un luo­go abban­do­na­to è sta­to riqual­i­fi­ca­to in orto eco­logi­co e affida­to a una trenti­na di don­ne del vil­lag­gio per inseg­nare loro delle pratiche di colti­vazione sosteni­bile. Il vil­lag­gio, attor­ni­a­to da sen­tieri, potrebbe diventare un luo­go di vil­leg­giat­u­ra priv­i­le­gia­to non solo nel peri­odo estivo, ma anche in pri­mav­era. Stes­sa strate­gia a Pira­no, in Slove­nia: lo svilup­po del tur­is­mo nel cor­so dell’anno. Per poter con­sol­i­dare l’economia del paesino, l’associazione pun­ta sull’ecoturismo e met­te in val­ore la cul­tura del sale.

L’impegno del­la soci­età civile 

Dap­per­tut­to, attorno al Mediter­ra­neo, dei semi di tur­is­mo sosteni­bile e respon­s­abile vedono pro­gres­si­va­mente il giorno. L’Organizzazione mon­di­ale del tur­is­mo ha poi fat­to del 2017 l’anno del tur­is­mo sosteni­bile. In Tunisia il tur­is­mo rap­p­re­sen­ta stori­ca­mente un set­tore essen­ziale dell’economia tunisi­na e fa vivere cir­ca il 15% del­la popo­lazione. Essen­zial­mente con­cen­tra­to sulle coste, ha conosci­u­to uno svilup­po impor­tan­te negli anni Ottan­ta, con la costruzione di grandi com­p­lessi alberghieri sul litorale e lo svilup­po del tur­is­mo di mas­sa, low-cost, sen­za pre­oc­cu­par­si delle con­seguen­ze sull’ambiente.

L’instabilità polit­i­ca che ha segui­to la riv­o­luzione del 2011, come anche gli atten­tati che han­no col­pi­to la Tunisia nel 2015, han­no fat­to crol­lare dras­ti­ca­mente la fre­quen­tazione tur­is­ti­ca nel Pae­se. La pri­or­ità delle autorità tunisine oggi è di fare quindi ripar­tire questo set­tore. Par­al­le­la­mente è emer­sa, in questi ultimi anni, una pre­sa di coscien­za delle sfide ambi­en­tali. Ed è soprat­tut­to dal­la soci­età civile che ven­gono le soluzioni di inno­vazione con­tro l’inquinamento del litorale causato dal tur­is­mo. Per Chokri Man­sour, una guida tur­is­ti­ca di 33 anni, tur­is­mo ed ecolo­gia non sono incom­pat­i­bili. Così ha lan­ci­a­to il prog­et­to ECOMEL a Tabarka (Nord-Ovest), e cre­ato in questo luo­go, apprez­za­to dai sub, un sen­tiero sot­tomari­no che unis­ce scop­er­ta del­la bio­di­ver­sità mari­na e mes­sag­gi di sen­si­bi­liz­zazione alla pro­tezione dell’ambiente inscrit­ti su pan­nel­li immer­si nell’acqua. «Ci sono diverse belle inizia­tive del­lo stes­so tipo, — spie­ga -. Ma c’è un prob­le­ma di strut­turazione e di orga­niz­zazione di queste inizia­tive. Purtrop­po sono un po’ mar­gin­al­iz­za­te». (Qui il reportage com­ple­to di Per­rine Massy e Tim­o­th­ée Vin­chon in Tunisia)

Cosa dice la Convenzione di Barcellona ? 

La Con­ven­zione sul­la pro­tezione dell’ambiente mari­no e costiero del Mediter­ra­neo, det­ta di Bar­cel­lona, riu­nis­ce 22 Sta­ti Parte intorno al Mediter­ra­neo. È stata fir­mata nel 1976 ed emen­data nel 1995. Nel suo pro­to­col­lo per la pro­tezione del mar Mediter­ra­neo dall’inquinamento derivan­te da sor­gen­ti e attiv­ità sul­la ter­rafer­ma è fat­ta men­zione: “Nel cor­so dell’elaborazione di questi piani d’azione, pro­gram­mi e mis­ure, le Par­ti, in con­for­mità con il pro­gram­ma d’azione mon­di­ale per la pro­tezione dell’ambiente mari­no con­tro l’inquinamento dovu­to alle attiv­ità sul­la ter­rafer­ma adot­ta­to a Wash­ing­ton nel 1995, accor­dano la pri­or­ità alle sostanze tossiche, per­sis­ten­ti e suscettibili di bio-accu­mu­lazione e in par­ti­co­lare agli inquinan­ti organ­ci per­sis­ten­ti, così come al trat­ta­men­to e alla ges­tione delle acque reflue”.

Ritrovate il testo inte­grale del­la Con­ven­zione : https://planbleu.org/sites/default/files/upload/files/Barcelona_convention_and_protocols_2005_eng.pdf

Coline Charbonnier
Traduzione : Silvia Ricciardi

Foto in alto: Flickr Serge Laroche, Benidorm, Espagne 11 juillet 2013. Licence Creative Commons, no change were made. https://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.0

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Il tur­is­mo rap­p­re­sen­ta stori­ca­mente un set­tore essen­ziale dell’economia tunisi­na, su cui vive cir­ca il 15% del­la popo­lazione. Essen­zial­mente con­cen­tra­to sulle coste, ha conosci­u­to un impor­tate svilup­po negli anni...

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Il tur­is­mo rap­p­re­sen­ta stori­ca­mente un set­tore essen­ziale dell’economia tunisi­na, su cui vive cir­ca il 15% del­la popo­lazione. Essen­zial­mente con­cen­tra­to sulle coste, ha conosci­u­to un impor­tate svilup­po negli anni Ottan­ta, con la costruzione di grandi com­p­lessi alberghieri sul litorale e lo svilup­po del tur­is­mo di mas­sa, low-cost, sen­za pre­oc­cu­par­si delle con­seguen­ze sull’ambiente.

L’instabilità polit­i­ca segui­ta alla riv­o­luzione del 2011, così come gli atten­tati che han­no col­pi­to la Tunisia nel 2015, han­no fat­to crol­lare dras­ti­ca­mente la fre­quen­tazione tur­is­ti­ca nel Pae­se.

La pri­or­ità delle autorità tunisine oggi è quindi di rilan­cia­re questo set­tore. Par­al­le­la­mente è emer­sa, negli ultimi anni, una pre­sa di coscien­za delle sfide ambi­en­tali. Così nel 2014, sull’isola di Ger­ba, mec­ca del tur­is­mo di mas­sa in Tunisia, gli abi­tan­ti han­no denun­ci­a­to nel cor­so di grandi movi­men­ti di protes­ta la mala ges­tione dei rifiu­ti, indi­can­do tra le varie prob­lem­atiche la molti­pli­cazione delle dis­cariche sel­vagge dovu­ta alla man­cata pre­sa in con­sid­er­azione del rad­doppi­a­men­to del numero di occu­pan­ti dell’isola duran­te la sta­gione tur­is­ti­ca. Restano rari i grandi com­p­lessi alberghieri che han­no mes­so a pun­to dei sis­temi di rac­colta dif­feren­zi­ata dei rifiu­ti. Ma il debole impat­to di queste inizia­tive — dato che la ges­tione finale resta nel cam­po d’azione delle autorità tunisine — e la man­can­za di sen­si­bi­liz­zazione non han­no spin­to gli attori del tur­is­mo a inve­stire ecces­si­va­mente. Un prog­et­to di coop­er­azione con il dipar­ti­men­to di Hérault, in Fran­cia, con l’obiettivo di val­oriz­zare i rifiu­ti alberghieri di Ger­ba era sta­to effet­ti­va­mente lan­ci­a­to, ma è sta­to poi abban­do­na­to.

Da parte delle autorità le azioni messe in atto riguardano essen­zial­mente la rac­colta dei rifiu­ti solidi sulle spi­agge. Così quest’anno un pro­gram­ma prevede la pulizia due volte alla set­ti­mana di cir­ca 120 spi­agge. «La caden­za è qua­dru­pli­cata rispet­to agli anni prece­den­ti», assi­cu­ra Abdel­ma­jid Bet­taïeb, ammin­is­tra­tore del­e­ga­to dell’Apal, Agen­zia di pro­tezione e piani­fi­cazione del litorale, aggiun­gen­do che il numero di ver­bali per le infrazioni rel­a­tive alla costruzione sulle coste sono ugual­mente aumen­tate quest’anno. Anche delle cam­pag­ne di pulizia delle spi­agge che coin­vol­go­no cit­ta­dini e asso­ci­azioni sono orga­niz­za­te rego­lar­mente.

Una polizia ambi­en­tale è stata inoltre lan­ci­ata in pom­pa mag­na il 13 giug­no scor­so. Una parte di questi agen­ti sono des­ti­nati alla sorveg­lian­za delle spi­agge, e la loro mis­sione è in par­ti­co­lare di fare il ver­bale a col­oro che get­tano rifiu­ti sul­la pub­bli­ca via.

Ma è soprat­tut­to dal­la soci­età civile che ven­gono le soluzioni più inno­v­a­tive con­tro l’inquinamento costiero causato dal tur­is­mo. Per Chokri Man­sour, guida tur­is­ti­ca di 33 anni, tur­is­mo ed ecolo­gia non sono incom­pat­i­bili. Così ha lan­ci­a­to il prog­et­to ECOMEL a Tabarka (Nord-Ovest), e cre­ato in questo luo­go, apprez­za­to dai sub, un sen­tiero sot­tomari­no che unis­ce scop­er­ta del­la bio­di­ver­sità mari­na e mes­sag­gi di sen­si­bi­liz­zazione alla pro­tezione dell’ambiente inscrit­ti su pan­nel­li immer­si nell’acqua. «Ci sono diverse belle inizia­tive del­lo stes­so tipo, — spie­ga -. Ma c’è un prob­le­ma di strut­turazione e di orga­niz­zazione di queste inizia­tive. Purtrop­po sono un po’ mar­gin­al­iz­za­te».

Come lui, sono numerosi i pro­mo­tori dell’ecoturismo che sper­a­no che la crisi del set­tore tur­is­ti­co sia l’occasione per la Tunisia di svilup­pare e pro­muovere un tur­is­mo sosteni­bile e di qual­ità.

Perrine Massy et Thimothée Vinchon
Traduzione : Silvia Ricciardi

Foto in alto : Flickr, Eric Robert, Tunisie, 11 janvier 2015. Licence Creative Commons. No change were made. https://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.0/

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Al por­to de La Cio­tat le strut­ture del coman­dan­te di pescherec­cio Gérard Car­ro­dano, si avvic­i­nano a quelle di un grande cantiere navale. I con­teni­tori dis­posti a ter­ra dal...

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Al por­to de La Cio­tat le strut­ture del coman­dan­te di pescherec­cio Gérard Car­ro­dano, si avvic­i­nano a quelle di un grande cantiere navale. I con­teni­tori dis­posti a ter­ra dal pesca­tore, e che fun­gono da luo­go di vita, con­trastano con lo spet­ta­colo offer­to dalle navi da crociera di lus­so ormeg­giate a qualche metro dal­la bar­ca da pesca Bar­be d’Or.

Tra le sue strut­ture, un pic­colo hangar che ospi­ta grandi vasche dove nuotano delle Razze e una molti­tudine di pesci. Sono sta­ti pre­si dal pesca­tore, spe­cial­iz­za­to nel­la cat­tura di esem­plari rari da 25 anni. Le varie ordi­nazioni ven­gono dagli acquari pri­vati e pub­bli­ci del­la regione, e alcu­ni sono des­ti­nati al cen­tro di ricer­ca nazionale dell’Ifremer, Isti­tu­to france­se di ricer­ca per la val­oriz­zazione del mare. Al nos­tro arrivo un biol­o­go viene a prel­e­vare un pic­colo di cer­nia, specie pro­tet­ta nel­la regione. Questo marit­ti­mo, fine conosc­i­tore del­la bio­di­ver­sità mari­na e delle specie che la com­pon­gono, è sen­si­bile alle tem­atiche ambi­en­tali e alle diverse forme di inquina­men­to. Saliamo a bor­do per saperne di più.

Sous-titres Vidéo Youtube : Bot­tiglie in mare! (La battaglia di un pesca­tore de La Cio­tat)
Intro: Oggi l’equipe di Rete 15–38 vi por­ta a bor­do di Bar­be d’Or in com­pag­nia del suo pro­pri­etar­io, Gérard Car­ro­dano, coman­dan­te di pescherec­cio a La Cio­tat. Ci par­lerà di un tema che gli sta a cuore: l’inquinamento del Mediter­ra­neo e l’importanza dell’impegno civile oggi per le gen­er­azioni future.

Hélène: Siamo venu­ti a dis­cutere di inquina­men­to, delle diverse forme di inquina­men­to nel mar Mediter­ra­neo, e delle con­seguen­ze che ha sui pesci, sul­la flo­ra e la fau­na marine. Qui siamo a La Cio­tat e lei, che pesca qui da anni, cosa può dirci su questo tema?
Car­ro­dano: Quel­lo che pos­so dire su questo tema è che negli ultimi due decen­ni ci sono sta­ti più miglio­ra­men­ti che peg­gio­ra­men­ti
Miglio­ra­men­ti in par­ti­co­lare su tut­to ciò che riguarda gli idro­car­buri, da quan­do gli aerei di dogana trac­ciano i grossi inquina­tori, che era­no le grandi navi, non abbi­amo più quel­lo che suc­cede­va quan­do erava­mo ragazz­ini, ovvero i piedi sporchi di gras­so in estate sulle spi­agge

Non si han­no più nep­pure quelle palline di olio com­bustibile

È vero che c’è sta­to un net­to miglio­ra­men­to. Oggi c’è sem­pre trop­po inquina­men­to, trop­pi macro rifiu­ti. C’è sta­to un bel rin­caro dei sac­chet­ti di plas­ti­ca e da quan­do i grandi mag­a­zz­ini sono più restii a dar­li vedi­amo meno buste di plas­ti­ca rispet­to a pri­ma, ma c’è sem­pre trop­pa plas­ti­ca, il pac­chet­to di sigaret­te e il cel­lo­phane che lo pro­tegge, bic­chieri di plas­ti­ca, a volte teloni, quindi c’è un grosso lavoro di sen­si­bi­liz­zazione di ognuno

Il lato per­ver­so è un po’ che l’urbanizzazione da una parte a ter­ra, con tut­to quel che causa, non fa che aumentare, il numero di barche in mare allo stes­so modo non smet­te di aumentare. Per questo è nec­es­sar­io adattare tut­te le soluzioni al trat­ta­men­to dell’acqua e al civis­mo di ognuno. Poi ci sono dei peri­odi in cui con­sta­ti­amo più inquina­men­to che in altri: in par­ti­co­lare i peri­odi che pre­ce­dono i for­ti tem­po­rali, per­ché tut­to quel­lo che è sul­la ter­ra dilava e finis­ce nel mare. È vero che nel peri­odo a fine estate o nel peri­odo d’autunno si ha la ten­den­za a ved­ere delle super­fi­ci inquinate con diver­si mate­ri­ali che vi gal­leg­giano, ma in gen­erale, guar­date oggi, se cer­cas­si­mo l’inquinamento sarebbe dif­fi­cile trovar­lo, per­ché lo vedi­amo che l’acque è puli­ta, l’acqua è chiara e men­tirei se dices­si che è più inquinata di pri­ma. Det­to ciò bisog­na restare vig­ili per­ché, a liv­el­lo di impianti di depu­razione ad esem­pio, ci si può fare delle doman­de: cal­co­la, se un impianto di depu­razione è fat­to per 30000 abi­tan­ti e poi nel peri­odo estivo pas­sa a 100-120mi­la, l’impianto può essere este­so? Sono un po’ dub­bioso. E anco­ra, in prossim­ità dei nos­tri impianti di depu­razione c’è un bel po’ di flo­ra e fau­na che rap­p­re­sen­tano un buon bio-indi­ca­tore del liv­el­lo di inquina­men­to del luo­go, quindi bisog­na con­tin­uare ad essere vig­ili, a sorveg­liare. L’agenzia dell’acqua e i pub­bli­ci poteri han­no di nor­ma queste fun­zioni. Io mi atten­go al mio ruolo di sen­tinel­la del mare, nel caso in cui indi­vid­uo qual­cosa di sospet­to o ecces­sivo, sia in sen­so pos­i­tivo che neg­a­tivo, il mio ruolo è di dare l’allerta e trasmet­tere le infor­mazioni, cosa che fac­cio da diver­si anni. Sono molto inqui­eto sug­li inquina­men­ti indus­tri­ali, per­ché siamo nel cuore di un enorme prob­le­ma che molte per­sone han­no scop­er­to negli ultimi due anni. È il prob­le­ma dei residui tossi­ci sver­sa­ti in mare gen­er­ati da una fab­bri­ca di estrazione d’allumina, dal trat­ta­men­to del­la baux­ite, che scar­i­ca­vano sub­dola­mente a pro­fon­dità che era­no all’origine pro­fon­dità rel­a­ti­va­mente impor­tan­ti, cioè a 300 metri, e oggi abbi­amo le trac­ce di questi residui molto più in alto sul­la piattafor­ma con­ti­nen­tale. I prodot­ti che scar­i­ca­vano sono le acque reflue del proces­so Bay­er, che ci inqui­eta al mas­si­mo grado per­ché è in queste acque che sono con­tenu­ti tut­ti i met­al­li pesan­ti, più l’arsenico, e c’è cro­mo, vana­dio, titan­io, zin­co, un sac­co di roba di cui il Mediter­ra­neo non ha cer­to bisog­no. Ques­ta zona non è che un nido per i crosta­cei e le lan­guste, per le bot­ta­tri­ci, per i pagri, per le cernie di fon­dale, in cer­ti peri­odi pescav­a­mo anche mer­luzzi ai mar­gini, e ci han­no riem­pi­to la zona di questo fan­go, questo fan­go pieno di queste schifezze di prodot­ti den­tro, e auto­mati­ca­mente tut­ti questi ani­mali che nasce­vano e che arriva­vano attra­ver­so il canyon di Cas­sidaigne, non han­no più nien­te da sper­are là den­tro e quindi han­no abband­do­na­to la zona e non può nascere più nien­te nel canyon di Cas­sidaigne, al con­trar­io di quel­lo che cer­cano di far­ci bere gli studi, che sono tut­ti finanzi­ati dagli indus­tri­ali e non è dif­fi­cile capire che quan­do uno stu­dio è finanzi­a­to dall’industriale, il risul­ta­to è sem­pre a favore dell’industriale. Noi non siamo sta­ti tan­to a scuo­la ma bisog­na smet­tere di pren­der­ci per imbe­cil­li: siamo uomini che han­no espe­rien­za sul cam­po. Io ho 6600 immer­sioni all’attivo nel­la zona, so di cosa par­lo, e men­tre pri­ma bisog­nava scen­dere a 300 metri di pro­fon­dità per avere le attrez­za­ture da pesca che rimon­ta­vano con il fan­go, oggi inve­ce si ha già fan­go a 122 metri. Quindi cosa aspet­ti­amo per fer­mare questi sver­sa­men­ti? Anche se oggi è solo fan­go, dato che i com­po­nen­ti sono il risul­ta­to di questi prodot­ti, di queste acque reflue, se i com­po­nen­ti sono tossi­ci si devono fer­mare imme­di­ata­mente. E qui c’è sta­to un colos­sale abu­so di potere da parte del nos­tro ex pri­mo min­istro, il sig­nor Valls, che si è per­me­s­so di dare ordine al prefet­to di autor­iz­zare a con­tin­uare con gli scarichi. È sta­to un abu­so di potere per­ché accadu­to dopo aver incon­tra­to il min­istro dell’Ecologia, e lei vol­e­va fer­mar­li. Ci siamo riv­olti alla gius­tizia per­ché comunque ques­ta fab­bri­ca è obso­le­ta, è preis­tor­i­ca, ha 120 anni e non è a nor­ma.

La car­tografia dell’impatto che non è nep­pure con­tes­ta­to dall’industriale, la car­tografia dell’impatto del­la zona col­pi­ta dai fanghi rossi parte dal sud di Mar­tigues a ovest e va fino al sud di Tolone: 2400 metri qua­drati ricop­er­ti più o meno di fan­go. Cer­to, a liv­el­lo del canyon di Cas­sidaigne ce n’è per 34 metri di altez­za nel let­to del canyon, ma quan­do siete fuori Tolone c’è uno stra­to di 10 cen­timetri di fan­go che non si può fis­sare per­ché è come del­la cenere, è un prodot­to molto leg­gero che se ne va in giro sec­on­do le cor­ren­ti. Quan­do abbi­amo fat­to dis­cen­dere il sot­tomari­no finanzi­a­to da France 3 per l’emissione tv Tha­las­sa il 4 mag­gio 2016, abbi­amo ben potu­to con­statare che nonos­tan­te non si fos­se sver­sato fan­go dall’1 gen­naio 2016 dopo quat­tro mesi ave­va­mo anco­ra delle nuv­ole di fan­go di diver­si metri di altez­za gen­er­ate sem­plice­mente dalle cor­ren­ti e dal­la grande leg­gerez­za del prodot­to. Questo prodot­to gira e quan­do la cor­rente dell’acqua dom­i­nan­te è quel­la lig­ure-proven­za­le, ovvero che parte dall’Italia e va ver­so ovest, lo vedono bene i nos­tri pesca­tori che van­no ver­so ovest, un prodot­to tossi­co che esce dalle con­dut­ture di Gar­dan­ne oggi in tre giorni è in Spag­na.

La Con­ven­zione di Bar­cel­lona vieta gli scarichi nel Mediter­ra­neo, non spe­cial­mente nelle aree marine pro­tet­te: nel Mediter­ra­neo
La Con­ven­zione di Bar­cel­lona è stata rat­i­fi­cata dal­la Fran­cia nel 1986. Non si rispet­ta la Con­ven­zione di Bar­cel­lona, non si rispet­ta il Trat­ta­to di Atene, non si rispet­ta la legge sull’acqua

Non vedo per­ché si demolis­ce una balera che non dis­tur­ba nes­suno per­ché è ille­gale e inve­ce si las­cia questo che non è pipì di gat­to: è 270 metri cubi l’ora 24 ore su 24 364 giorni l’anno: fa 6480 ton­nel­late al giorno, fa due piscine olimpiche al giorno di prodot­ti tossi­ci nel Mediter­ra­neo, tra gli 8 e gli 11 chili di arseni­co, cosa serve anco­ra per­ché si ren­dano con­to che bisog­na fer­mare questo schi­fo?

Il miglior modo di dis­in­quinare è non inquinare affat­to per­ché par­lare di dis­in­quina­men­to in un pos­to come il canyon di Cas­sidaigne è nel reg­no dell’impossibile e pen­so anche che sarebbe ris­chioso cer­care di muover­lo tal­mente è con­sis­ten­te la sed­i­men­tazione
Ho più pau­ra degli inquina­men­ti sub­doli, dei fusti con­te­nen­ti prodot­ti radioat­tivi che sono sta­ti scar­i­cati. C’è stata un’emissione una volta che ci ha fat­to venire la pelle d’oca pas­sa­ta sul pro­gram­ma Tha­las­sa dove si denun­ci­ava la sparizione sen­za seg­nale di soc­cor­so di barche e quan­do sono rius­ci­ti a trovare dei relit­ti di queste barche immer­si molto in pro­fon­dità si vede­va molto chiara­mente che queste barche era­no state rime­di­ate volon­tari­a­mente per essere immerse di nascos­to con dei fusti con­te­nen­ti prodot­ti radioat­tivi e questo è invis­i­bile e rischia di essere molto più peri­coloso. C’è gen­te che si occu­pa di questo tipo di inquina­men­to, che anco­ra una volta sono degli inquina­men­ti invis­i­bili ma cer­ta­mente molto più peri­colosi tan­to più che dis­trug­ger­an­no il mare il giorno in cui i fusti saran­no per­fo­rati, e questo può suc­ced­ere tra parec­chi anni…

Vidéo : Hélène Bourgon et Justin de Gonzague
Traduzione : Silvia Ricciardi

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Récem­ment, j’ai lu dans la presse que vous soute­niez Bachar El Assad, l’homme qui m’a chas­sé de mon pays, tué mes amis et mes proches, m’a pour­chas­sé et...

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Récem­ment, j’ai lu dans la presse que vous soute­niez Bachar El Assad, l’homme qui m’a chas­sé de mon pays, tué mes amis et mes proches, m’a pour­chas­sé et con­traint de fuir la Syrie. Savez-vous pourquoi ? Sim­ple­ment pour avoir exer­cé mon métier de jour­nal­is­te au cours de la révo­lu­tion syri­en­ne.

Vous êtes plus savants que moi en poli­tique, c’est pourquoi j’aimerais vous poser une ques­tion. Il y a des dizaines de jour­nal­is­tes qui com­me moi ont com­bat­tu les islamis­tes ” El Qaida, Daech, Jounoud El Cham, Ahrar El Cham ” et d’autres fac­tions que vous ne con­nais­sez sans doute pas. Ils se sont égale­ment opposés à Bachar El Assad. Voici ma ques­tion: pourquoi le soutenez- vous ?

La France m’a per­mis d’échapper à la guer­re, elle fait désor­mais par­tie de moi. Après les mas­sacres de Char­lie Heb­do et du 13 Novem­bre, j’étais avec ceux qui ont pleuré les vic­times et déposé des fleurs place de La République. J’ai étudié la langue de ce pays et y ai édité deux livres en français. Je tra­vaille com­me des mil­liers de réfugiés, nous ne cau­sons de tort à per­son­ne, tout ce que nous souhaitons c’est de vivre digne­ment. J’aime ce pays et suis prêt à don­ner ma vie pour lui.

Votre lead­er, Mme le Pen a égale­ment dit que les Syriens man­quaient de courage pour avoir quit­té leur pays en raison des événe­ments, alors que les Français ne l’avaient pas fait pen­dant la deux­ième guer­re mon­di­ale. Cette com­para­ison est inap­pro­priée : la guer­re civile se déroulant dans mon pays n’a que peu de rap­ports avec la tragédie vécue par la France entre 1939 et 1945. Il est par con­tre pos­si­ble de la rap­procher de ce qui s’est passé en Espag­ne à la fin des années trente du siè­cle dernier. Pensez vous que les cen­taines de mil­liers d’Espagnols qui ont fui leur pays à ce moment là pour se réfugier en France étaient des lâch­es ?

Madame Le Pen : en Syrie, bien avant la prise de pou­voir par le par­ti Baath, nous avons accueil­li il y a de cela un siè­cle, des cen­taines de mil­liers d’Arméniens fuyant les mas­sacres organ­isés par l’Empire Ottoman. Avec le temps, ils sont devenus aus­si syriens que les autres habi­tants et notre pays est devenu pluriel sur le plan lin­guis­tique. Ces hommes et ces femmes ont tra­vail­lé, fait pro­gresser l’économie et con­stru­it des ponts entre leur cul­ture d’origne et celle de leur pays d’accueil, ponts que les réfugiés d’aujourd’hui ten­tent d’édifier.

Je vous écris depuis un café parisien avec, autour de moi, des gens de divers­es nation­al­ités. Je remar­que que cer­tains me regar­dent avec ani­mosité, ce qui n’était pas le cas quand je suis arrivé il y a quelques années. Je ne quit­terai jamais la France quoi qu’il arrive. Savez-vous pourquoi ? Parce qu’un philosophe Irlandais Edmaund Burk, je suis sûr que vous le con­nais­sez, a dit “La seule chose qui per­met au mal de tri­om­pher est l’inaction des hommes de bien “.

Photo ©IsabelleLagny

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Chers lecteurs et lec­tri­ces, Après des dossiers d’actualité lourds en émo­tion et en infor­ma­tion, il est grand temps d’aller en plein cœur de cette Méditer­ranée et de se...

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Chers lecteurs et lec­tri­ces,

Après des dossiers d’actualité lourds en émo­tion et en infor­ma­tion, il est grand temps d’aller en plein cœur de cette Méditer­ranée et de se lais­ser dériver au gré du vent.
Ce voy­age est pro­posé par Cyrille Mous­set (adhérente de 15–38) et son com­pagnon. “Met­tre les voiles”, quit­ter leur quo­ti­di­en et par­tir nav­iguer durant deux ans en Méditer­ranée à bord de leur voilier “Sauvage” n’a pas été une sim­ple déci­sion. Par­tis le 17 mars de Sanary-sur-mer (sud de la France), ils ont mis le cap sur l’île de Capraïa, située entre la côte ital­i­en­ne et la Corse. La plume bien aigu­isée, ils nous livrent leurs réc­its en tex­te et en image afin de nous faire décou­vrir des con­trées peu explorées et ce bel uni­vers qu’est la voile. Bon voy­age à tous !

Episode 1

« Voy­age autour de la méditer­ranée sur un Glad­i­a­teur de 33 pieds »

Le jour J est enfin arrivé. Aujourd’hui, ven­dredi 17 Mars 2017, nous quit­tons le mouil­lage de Sanary sur Mer pour un voy­age autour de la méditer­ranée. Nous nav­iguons sur un Glad­i­a­teur, voilier des chantiers Wauquiez de 1978. Nous vivons sur notre voilier et notre désir est de par­tir à la décou­verte de nou­veaux lieux mais surtout de pou­voir s’enrichir de nom­breuses ren­con­tres au gré de nos escales et du vent. Nous avons choisi de vivre autrement et à tra­vers cette expéri­ence toute nou­velle que nous abor­dons avec grand opti­mis­me, mais non sans appréhen­sion, nous souhaitons partager notre quo­ti­di­en. À tra­vers ce réc­it conçu pareil à un jour­nal de bord, nous vous fer­ons part de nos sen­ti­ments éprou­vés avec sim­plic­ité et humil­ité. Nous vous par­lerons égale­ment des dif­fi­cultés admin­is­tra­tives et morales que nous avons ren­con­trées et elles sont nom­breuses lorsque l’on décide de tout quit­ter et de par­tir sans date de retour ! Nous par­lerons aus­si de toutes ces ques­tions que nous nous posons et de celles posées par notre entourage com­me par exem­ple : « Mais de quoi allez-vous vivre ? », « Et si cela ne marche pas ? », « Et si vous tombiez malades ? », etc…Nous pour­rions con­tin­uer cette lis­te indéfin­i­ment et ne jamais larguer les amar­res, rester dans un port, vivre tran­quille­ment sur notre bateau et être rac­cordé 24/24 à l’eau, l’électricité et…bien ancré dans la société. Mais il est déjà trop tard ! Nous sommes bel et bien par­tis, et « Sauvage » notre voilier, avale goulu­ment les pre­miers milles nau­tiques vers notre pre­mière escale : les îles de la Toscane. Capraïa, Elbe et Gian­nu­tri pour débuter. Notre odyssée com­mence et nous comp­tons sur le souf­fle d’Éole pour nous pousser tou­jours plus en avant !

Départ de l’aventure en image

Episode 2

Tra­ver­sée de Sanary jusqu’à Capraïa » (ven­dredi 17 et Samedi 18 Mars 2017)

Après 36 heures de nav­i­ga­tion entre Sanary et Capraïa (pre­mière île de l’archipel Toscan à l’est du cap Corse), nous voilà en Ital­ie ! Épuisés mais con­tents d’arriver, nous aurons fait 34 heures de voile et deux heures de moteur. L’objectif est d’utiliser le moins pos­si­ble la brise diesel. Ce fut une nav­i­ga­tion sportive, avec un vent arrière de force 5–6 sur l’échelle beau­fort (le max­i­mum est 12). Nous nav­iguons qu’avec un bout de génois (voile à l’avant). Plus tail­lé pour la nav­i­ga­tion au près, notre « Sauvage » roule beau­coup dans cette allure et je don­ne mon trib­ut à Nep­tune à 6 repris­es ! Il faut par­fois un cer­tain temps avant que le corps s’amarine…Je n’ai pas d’autre choix que d’attendre la fin du cal­vaire car je sais par expéri­ence que les mau­vais moments s’oublient au prof­it des bons ! De plus, le pilote automa­tique, con­sid­éré com­me notre troisième équip­ier, décide de nous aban­don­ner en cours de route. C’est donc à la force de nos qua­tre bras que nous bar­rons « Sauvage » à tra­vers un Nep­tune de mau­vaise humeur. Nous essaierons de répar­er le pilote plus tard, l’achat d’un neuf n’étant pas prévu dans notre bud­get actuel. C’est la pre­mière fois que nous nav­iguons de nuit au mois de mars et les tem­péra­tures sont encore très fraîch­es ! L’humidité tombe vers 16h00 et nos triples couch­es de vête­ments ne sont pas de trop. Le froid est ce qu’il faut com­bat­tre en mer avant tout car c’est un des fac­teurs qui favorise le mal de mer, c’est la règle des 4 F : Froid, Fatigue, Faim et Frousse ! Nous arrivons à Capraïa en pleine nuit (à éviter quand on peut !), heureuse­ment, la baie devant le port est saine et notre traceur n’indique aucune dif­fi­culté par­ti­c­ulière. Nous y jetons l’ancre. Le vent est tombé, tout com­me nous tombons de som­meil ! ”

Tra­ver­sée Sanary (France)-Capraïa (Ital­ie)

Episode 3

« Les îles Toscanes » (Dimanche 19 au mer­credi 29 Mars 2017)

« Au petit mat­in du dimanche 19 Mars, nous gon­flons notre annexe pour par­tir en explo­ration sur l’île de Capraïa. Nous util­isons un kayak gon­flable pour aller à ter­re. Nous avons fait ce choix dès le départ après avoir pesé le pour et le con­tre entre une annexe à moteur ou une à rame. En plus d’être écologique, le kayak ne prend que très peu de place à bord, ne pèse pas lourd et nous gagnons en tran­quil­lité d’esprit lorsque nous le lais­sons à ter­re. Une annexe à rame est moins ten­tan­te à cha­parder qu’une à moteur ! Voilà com­ment s’organise la journée : nous vivons au ryth­me du soleil, nous nous cou­chons et lev­ons avec lui, il fait office de réveil naturel. Le temps de pré­par­er le déje­uner pour le midi et nous quit­tons le bateau pour décou­vrir ces nou­veaux lieux. L’archipel toscan se com­pose de 7 îles et sont les som­mets de mon­tag­nes du con­ti­nent tyrrhénien enfon­cés dans la mer. Capraïa était autre­fois une pris­on (l’Alcatraz améri­cain en plus petit !), sa côte est accore et rocheuse et le print­emps libère tous les arômes des plantes de son maquis. Nous prof­i­tons de la saison pour faire une longue marche qu’il ne sera plus pos­si­ble de faire en plein été à cause de la chaleur et le man­que d’arbre. De retour sur le bateau, nous con­sul­tons la météo. C’est elle surtout qui dicte notre par­cours et il faut tou­jours être vig­i­lant car elle est d’humeur changean­te et taquine. Pour cela, nous sommes équipés d’un télé­phone portable avec un for­fait inclu­ant les con­nex­ions sur Inter­net depuis l’Europe (30 GO par mois) et des appli­ca­tions gra­tu­ites téléchargées pour les météos du large et côtière. Nous sommes bien évidem­ment équipés de la VHF ASN, équipement oblig­a­toire si on nav­igue au-dessus de la ban­de des 6 milles nau­tiques (1 Mille = 1852 mètres).
Il faut tou­jours être prêt à quit­ter ou à chang­er de mouil­lage et devons par­fois lais­ser nos états d’âme de côté. C’est ce qui se pro­duit ce lundi 20 mars. Nous avons eu tout juste le temps de flirter avec Capraïa et le vent qui se lève nous pousserait jusqu’à Elbe, la plus grande des îles de l’Archipel Toscan. Une petite demi-heure suf­fit pour nous pré­par­er et lev­er l’ancre. Si nous ratons l’occasion, nous risquons de rester coincés plusieurs jours au même endroit car nous voulons descen­dre rapi­de­ment jusqu’à Mal­te, ayant déjà vis­ité cette zone en 2015.

L’île d’Elbe

Après 8 heures de voile, nous arrivons sur l’île d’Elbe et jetons l’ancre dans le golfe de la Biodola, situé au nord de l’île, à l’ouest de Porto­fer­raio. C’est un excel­lent abri pour les vents de secteur Sud. À cette péri­ode, nous sommes les seuls au mouil­lage ! C’est une île très mon­tag­neuse et verte que nous décou­vrons, aux côtes très découpées. Réputée égale­ment pour l’importance de son min­erai de fer sur la côte est, la dernière mine a fer­mé en 1984.
Nous nous trou­vons entre les vil­lages de Porto­fer­raio (cap­i­tale de l’île) et de Mar­ciana Mari­na. Nous apercevons un arrêt de bus à notre descen­te mais ce n’est pas encore la saison et le bus ne passe pas avant le mois de juin…nous optons pour l’auto stop et ça marche ! De cette façon, nous ren­con­trons des insu­laires qui n’hésitent pas à nous pren­dre et on prof­ite de leur gen­til­lesse pour glan­er quelques infor­ma­tions sur le quo­ti­di­en de l’île. La pre­mière per­son­ne que l’on ren­con­tre nous dépose au cen­tre de Porto­fer­raio en ayant pris soin de nous indi­quer le mag­a­s­in pour faire notre rav­i­taille­ment en fruits et légumes et la petite gare routière où un bus pour­ra nous rap­procher de notre mouil­lage pour le retour. Nous procé­dons de la même façon pour nous ren­dre le lende­main à Mar­ciana Mari­na, située à 15 Km de notre mouil­lage ! Même scé­nar­io que la veille, quelqu’un s’arrête et nous dit que nous sommes « for­tu­nati ! », com­prenez « chanceux » de trou­ver quelqu’un qui se rend jusqu’à Mar­ciana aujourd’hui ! Nous prof­i­tons de ce char­mant ital­ien bavard (pléonas­me ?!) pour faire une « micro-autostop-inter­view ». Nous apprenons qu’Elbe compte 30.000 âmes, vit essen­tielle­ment du touris­me les trois mois d’été (sur 200 hôtels, seuls 6 ou 7 ouvrent de Pâques à Noël, pour le reste, ils n’ouvrent que de juin à la mi-sep­tem­bre) et l’on y cul­tive la vigne et l’olivier. Con­cer­nant la pop­u­la­tion plus jeune, ils sont oblig­és de quit­ter l’île après le lycée pour con­tin­uer leurs études dans les uni­ver­sités de l’Italie con­ti­nen­tale telles que Pise ou Flo­rence.

On ne peut ignor­er l’exil de Napoléon qui dura deux ans (1814–1815) et à qui on doit la mod­erni­sa­tion de Porto­fer­raio. La ville est mar­quée par Napoléon, on y trou­ve la bière à son nom, le cir­cuit et des bars et restau­rants rap­pelant son pas­sage ! On nous a tout de même rap­porté, qu’un jour, un restau­rant avait affiché le mes­sage suiv­ant : « Napoléon n’a absol­u­ment jamais, mais jamais mangé ici ! ». La balade jusqu’à la citadelle vaut le détour et déam­buler dans les rues bor­dées de maisons aux façades couleur ocre, nous plonge dans le XVIII° siè­cle.

Jeudi 23 Mars :
Nous quit­tons notre mouil­lage du golfe de la Biodola pour rejoin­dre un autre lieu décrit com­me étant un pur joy­au : Por­to Azzuro, situé sur la côte sud-est de l’île. Pour l’anecdote, le vil­lage por­tait le nom de Lon­gone, anci­en­ne pris­on et donc asso­cié au crime en Ital­ie. C’est pour ne pas faire fuir les touris­tes qu’à présent il est con­nu sous le nom de Por­to Azzuro et compte tenu de l’activité touris­tique en été, le strat­a­gème a très bien fonc­tion­né ! Nous décou­vrons un vil­lage ani­mé où nous emprun­tons le GR (sen­tier de grade ran­don­née) pour nous retrou­ver sur les hau­teurs de l’île. Per­chés sur les cimes, c’est un mag­nifique panora­ma qui s’offre à nous. Le lende­main, nous par­tons en direc­tion d’un autre vil­lage per­ché dans les hau­teurs : Cam­po­liv­eri, où nous y trou­vons une ambiance plus locale et très agréable.

Lundi 27 Mars :
Il est temps de dire au revoir à Elbe et par­tir en direc­tion de la dernière île et aus­si la plus petite qui con­stitue l’archipel toscan : Gian­nu­tri. « Sauvage » prend le vent arrière et file à 5 nœuds. Huit heures plus tard nous arrivons à Gian­nu­tri. Luxe, calme et volup­té. Quelques maisons, aucun com­merce et seul un restau­rant et un hôtel ouvrent en été. Lorsque nous descen­dons à ter­re, après avoir jeté l’ancre dans la minus­cule crique de Spalma­toi, nous avons l’impression que l’île nous appar­tient ! Nous emprun­tons les chemins de tra­verse et l’un d’entre eux nous mène à la vil­la Romaine que nous souhaitons vis­iter. Nous devrons mal­heureuse­ment aban­don­ner l’idée car des grilles blo­quent l’entrée pour cause de fer­me­ture hors saison. En effet, du 26 mai au 12 octo­bre le touris­me est régulé et le site antique n’est acces­si­ble qu’accompagné d’un guide et muni d’un « passe ». Le site est sous vidéo sur­veil­lance et nous ne voulons pas out­repasser l’interdiction mise en place pour de bon­nes raisons : la pro­tec­tion du site. Mal­gré tout, nous jouons aux Indi­ana Jones en her­be et, sans dépasser les lim­ites imposées, nous volons quelques pho­tos par le biais d’un petit chem­in latéral. Il est temps de ren­tr­er et plan­i­fier la suite de notre itinéraire, prochaine étape : les îles Pon­ti­nes. »

Episode 4

Le voilier “Sauvage” au mouil­lage à Pon­za, la plus grande des îles Pon­ti­nes en Ital­ie

« La tra­ver­sée vers les îles Pon­ti­nes » Avril-mai

Un peu plus d’un mois s’est écoulé depuis notre dernier réc­it et quelques péripéties ont retardé la suite de nos aven­tures !
Lorsque le 29 mars nous quit­tons les îles Toscanes en direc­tion des îles Pon­ti­nes, c’est un vent pais­i­ble et favor­able qui nous pousse accom­pa­g­né d’une mer calme. À ce moment-là, nous ignorons que nous allons avoir recours aux ser­vices médi­caux ital­iens d’ici quelques jours…
Nous met­tons le cap sur Pon­za à 120 Milles nau­tiques, la plus grande des îles Pon­ti­nes et durant cette tra­ver­sée de 18 heures, la nature nous offre un mer­veilleux spec­ta­cle ! Ils arrivent et sont au nom­bre de 3, puis 4 et finale­ment ce sont 5 dauphins qui, dans un véri­ta­ble bal­let, vien­nent cha­touiller l’étrave de Sauvage ! Un tel cadeau nous rend plus opti­mis­te que jamais et nous atteignons Pon­za en pleine nuit à la voile…L’arrivée est quelque peu ten­due. Nous devons zigza­guer entre les nom­breux récifs et pas­sons en quelques sec­on­des de 3 nœuds à 7 nœuds de vitesse ! Cette accéléra­tion soudaine du vent est dû à un effet de site et le pas­sage de cap engen­dre sou­vent un change­ment brusque de régime qui ne man­que jamais de sur­pren­dre ! Au petit mat­in, nous prof­i­tons du calme et de l’ensoleillement pour faire notre rav­i­taille­ment dans le petit cen­tre de Pon­za.
Notre objec­tif est de descen­dre vers le sud en pas­sant par le golfe de Naples, puis le détroit de Messine pour rejoin­dre l’île de Mal­te, tou­jours sous réserve de la météo, où nous souhaitons nous arrêter quelques jours afin de con­tin­uer nos activ­ités pro­fes­sion­nelles. Hé oui ! Il va bien fal­loir tra­vailler car nous ne sommes pas ren­tiers et c’est le moment d’aborder la ques­tion cru­ciale du : « Mais de quoi vivent-ils ?! »

Cyrille et son com­pagnon ont cha­cun une activ­ité pro­fes­sion­nelle adap­tée à leur mode de vie de nomade, Cyrille est tra­duc­trice à son compte et a créé “Sail­ing the words”

« Et si nous vous par­lions un peu de nous ? »

Nous avons cha­cun dévelop­pé une activ­ité pro­fes­sion­nelle nous per­me­t­tant de voy­ager et de tra­vailler où que nous allions. Nous souhaitons plus qu’expérimenter le tra­vail nomade, nous voulons qu’il devi­en­ne indis­so­cia­ble de notre aven­ture ! Pour ma part, je suis tra­duc­trice et nav­i­ga­trice. J’ai opté pour le tra­vail en nomade dig­i­tal et dis­pose du matériel infor­ma­tique néces­saire à mon activ­ité qui porte le nom de « Sail­ing the Words ». Sail­ing the Words est la fusion de mes deux pas­sions : traduire et nav­iguer ! Je fais donc nav­iguer les mots de l’anglais au français. Je traduis les doc­u­ments dans mes domaines de com­pé­tences qui sont : le secteur du touris­me et bien sûr le secteur nau­tique. Je nav­igue sur les mots et…sur la mer Méditer­ranée ! Pour plus de ren­seigne­ments je vous invite à voguer sur les pages de mon site dédié à la tra­duc­tion et à la nav­i­ga­tion : www.sailingthewords.com mais aus­si sur la page Face­book de Sail­ing the words : https://www.facebook.com/sailingthewords/.

Mon com­pagnon de vie et de nav­i­ga­tion est illus­tra­teur auto­di­dacte ! C’est un rêveur et il a pour mis­sion de nour­rir son inspi­ra­tion au fil de nos déplace­ments et d’immortaliser nos escales les plus mar­quan­tes à l’encre de chine. Il varie les plaisirs en tes­tant de nou­veaux procédés sur le bateau com­me la lino­gravure. Il a, à son act­if, deux ban­des dess­inées qui ont été pub­liées par la maison d’édition « Des ronds dans l’O ». Ce sont deux adap­ta­tions de romans. La pre­mière, inti­t­ulée « Tueuse » est l’œuvre de l’auteure mar­seil­laise Annie Bar­rière. La deux­ième est l’adaptation d’une nou­velle d’Isabelle Eber­hardt : « Yas­mi­na ». Vous retrou­verez ses œuvres sur le site : www.desrondsdanslo.com/May.htlm.
Tout ce que nous pos­sé­dons se trou­ve à bord de notre voilier. Pen­dant les dernières années, nous avons con­sti­tué « un tré­sor de guer­re » pour faire face aux imprévus car nous savons qu’ils sont nom­breux en mer. Mais ce qui use nos nerfs en ce moment, c’est la météo ! Très changean­te, nous devons la con­sul­ter plusieurs fois par jour. Nous sommes en avril, les nuits tou­jours fraîch­es, et les caprices d’Éole met le moral de l’équipage à rude épreuve ! Pour imager cette con­train­te, nous don­nons cet exem­ple : imag­inez que vous devez démé­nager sans crier gare ; en fonc­tion de la force du vent, de sa direc­tion, du sens de la houle, à l’approche d’un orage, etc…sans vouloir faire nos « Causettes », il y a des jours où ça fatigue ! Heureuse­ment qu’une bon­ne nuit répara­trice (quand c’est pos­si­ble) suf­fit à retrou­ver la bon­ne humeur et l’entrain.
Nous sommes le 4 avril et Pon­za nous offre un peu de repos…Hélas, pas pour longtemps. Lorsque je me réveille ce mat­in-là, je con­state à ma grande sur­prise, que je suis en sym­biose avec le print­emps : JE BOURGEONNE ! Recou­verte de bou­tons rouge sur tout le corps, c’est panique à bord ! On pen­sait avoir tout prévu et la trousse à phar­ma­cie a été soigneuse­ment pré­parée en fonc­tion des faib­less­es physiques de cha­cun. Mais là, nous don­nons notre langue au chat : est-ce la vari­celle ? Intox­i­ca­tion ali­men­taire ? Ou bien une allergie ? En tout cas ça gratte…Apparemment ce n’est pas con­tagieux car je suis la seule à avoir ça et je n’ai pas de fièvre. Nous restons calmes et déci­dons de con­tin­uer notre chem­in en direc­tion d’Ischia, afin de se rap­procher du golfe de Naples.

« Ven­totene ou notre île mau­dite »

Nous aime­ri­ons cette fois-ci nous arrêter à Ven­totene. Cette île dev­int un cen­tre péni­ten­ti­aire jusqu’à une épo­que très récen­te avec sa voisine San Ste­fano où Mus­solini empris­on­na les antifas­cis­tes. Il y a deux ans, lors de notre pre­mier galop d’essai en voilier, nous n’avions pas pu la vis­iter. C’était plus avancé dans la saison et il nous avait été impos­si­ble de mouiller là où pour­tant le guide nau­tique nous l’indiquait à cause de la mul­ti­tude de corps-morts instal­lés (bouées payan­tes, aux­quelles vous êtes oblig­és d’accrocher le voilier, sans eau ni élec­tric­ité). Sûrs de notre coup cette fois-ci, nous mouil­lons l’ancre dans un endroit autorisé et nous nous pré­parons à descen­dre. Tout à coup, arrive à fond la cais­se un can­ot de « la brigada di finan­za » (brigade des finances). Ils nous inter­dis­ent de descen­dre à ter­re, pré­tex­tant du mau­vais temps. Nous con­sul­tons à nou­veau nos TROIS appli­ca­tions météo qui annon­cent la même chose : 10 Nœuds de vent, autant dire pétole !

Après s’être étran­glés de rire intérieure­ment, nous décryp­tons le mes­sage sub­lim­i­nal suiv­ant : soit vous allez au port et payez la nuit, soit vous dégagez ! Il ne nous faut pas moins de cinq min­utes pour faire nos adieux à Ven­totene et met­tre le cap sur Ischia. Nous n’essaierons pas une troisième fois et tant pis pour la vis­ite de Ven­totene et les com­merces locaux où nous avons pour habi­tude de faire nos cours­es. Mal­heureuse­ment, nous con­sta­tons que ce phénomène se répand de plus en plus. L’obligation de con­som­mer et de pay­er partout où nous nous trou­vons… Il est de moins en moins accep­té que l’on puis­se être à un endroit sans pay­er. En pous­sant à l’extrême nos réflex­ions, nous nous deman­dons s’il fau­dra un jour pay­er seule­ment pour se balader et regarder le paysage !

Episode 5

Com­me un air de désen­chante­ment…

Voici trois mois que nous sommes sur les flots et nous aime­ri­ons vous faire part de sen­ti­ments plus per­son­nels dans la con­ti­nu­ité de la nar­ra­tion de nos aven­tures mar­itimes. Après l’épisode de Ven­totene, nous met­tons le cap sur les îles du golfe de Naples avec au pro­gram­me : Ischia, Pro­ci­da, Naples et Capri.
C’est un voy­age de deux ans que nous entre­prenons, et il sera sûre­ment ponc­tué à la fois d’émerveillements et de désen­chante­ments. Nous pen­sons qu’il est aus­si impor­tant de partager les joies com­me les décep­tions.

Lorsque nous pour­suiv­ons notre nav­i­ga­tion vers le sud, nous faisons une tris­te con­stata­tion : la pol­lu­tion vis­i­ble à l’œil nu qui règne en mer Méditer­ranée. La côte méditer­ranéen­ne souf­fre de deux types de pol­lu­tion, celle du plas­tique et celle de l’immobilier. La « Med » se serait-elle pac­sée avec le dia­ble ? À peine a-t-on trem­pé le bout de l’étrave dans les eaux ital­i­en­nes que nous nous prê­tons à un drôle de jeu. Nous obser­vons la mer et nous comp­tons les déchets flottants…Il ne se passe pas un quart d’heure sans apercevoir un sac ou une bouteille en plas­tique, des cagettes en poly­styrène et toutes sortes d’objets dis­parates à la dérive, au beau milieu de cette mer qui, rap­pelons-le, est une mer fer­mée. La sit­u­a­tion ne s’améliore pas quand nous descen­dons à ter­re.

Prenons pour exem­ple L’île de Pro­ci­da. Elle fait par­tie des îles du golfe de Naples. Quand nous atteignons la petite baie de Pro­ci­da (Cala di Cori­cel­la), on a l’impression d’arriver sur une aquarelle. La palet­te de couleurs des façades des maisons sur­plom­bant le petit port de pêche est sub­lime. Pro­ci­da est un lieu cul­te du ciné­ma ital­ien. Parmi les plus célèbres qui y ont été tournés, nous en retien­drons trois : « Il posti­no » avec Philippe Noiret dans le rôle de Pablo Neru­da, « le tal­entueux Mr Rip­ley » remake améri­cain de « plein soleil » et « Gra­ziel­la » d’après le roman éponyme d’Alphonse de Lamartine. Alors que ce pre­mier jour sur l’île nous enchante, le deux­ième nous désen­chante. Ce jour-là, nous déci­dons de ramer jusqu’à la plage qui se trou­ve en face de notre mouil­lage pour emprun­ter un sen­tier de prom­e­nade. Quand nous arrivons sur la plage, nous cher­chons un coin pour déposer notre kayak. Et pour­tant, ce n’est pas la place qui man­que mais il se trou­ve que la plage est jonchée de poubelles. Ce n’est pas le vent qui a parsemé quelques papiers ou plas­tiques, pas du tout ! Nous voyons des sacs poubelles de par­ti­c­uliers, soigneuse­ment fer­més (quand ils ne sont pas éven­trés) déposés sci­em­ment sur la plage. Le bord de cette plage offre une vision apoc­a­lyp­tique où les gens se baig­nent… Lorsque nous remon­tons le chem­in (avec notre poubelle à la main), nous avons du mal à com­pren­dre ce qui se passe car, arrivés en haut du chem­in, nous trou­vons une poubelle chaque 100 mètres ! Et le comble de tout ceci est que nous tombons nez à nez, c’est le cas de le dire, sur la déchet­terie de l’île qui sem­ble avoir la même activ­ité qu’un vol­can éteint depuis plusieurs mil­liers d’années.

L’île de Poci­da dans le golfe de Naples en Ital­ie, souf­fre de la pol­lu­tion des par­ti­c­uliers qui déposent leurs poubelles sur les plages.

L’île d’Ischia mon­tre aus­si quelques anom­alies quand on s’y penche de plus près. Nous avions déjà vis­ité Ischia au mois de juin 2015 où la saison bat­tait son plein. Au mois d’avril 2017, beau­coup de mag­a­s­in sont fer­més et l’ambiance est un peu tris­tounet­te. De juin à sep­tem­bre, Ischia est une des des­ti­na­tions de vacances préférées des touris­tes alle­mands du troisième âge et des russ­es. D’ailleurs, tout est écrit en alle­mand ou en russe. Mais nous sommes envahis par un sen­ti­ment de décep­tion à la vue de plusieurs dys­fonc­tion­nements d’ordre pub­lic. Lorsque nous enta­mons une prom­e­nade dans un parc dit « aro­ma­tique méditer­ranéen », nous le trou­vons à l’abandon, sans indi­ca­tion, sans plan, où

les poubelles jonchent les allées. Cela fait par­tie des nom­breuses con­tra­dic­tions de l’Italie. Nous apercevons un gros chantier au même stade qu’il y a deux ans. Le pro­jet en ques­tion devait aboutir sur la con­struc­tion d’une salle poly­va­len­te dédiée à la cul­ture. Le début et la fin du pro­jet est tou­jours vis­i­ble sur un grand pan­neau : « De 2007 à 2013, avec finance­ment de l’Europe ». Mais nous nous réc­on­cil­ions avec Ischia lorsque nous prenons le bus jusqu’au vil­lage de Fontana pour mon­ter jusqu’au mont Epomeo, pic le plus haut de l’île (788 M), nous offrant un mag­nifique panora­ma. En redescen­dant, nous tra­ver­sons une forêt de châ­taig­niers où les familles et les étu­di­ants ont pour habi­tude de venir pique-niquer. C’est la Dol­ce Vita et la forêt reten­tit de rire et de musique, embaume la gril­lade et respire la joie et la bon­ne humeur ital­i­en­ne !
De plus, c’est grâce à un der­ma­to­logue très gen­til et de garde ce jour-là sur l’île que j’ai élu­cidé mon his­toire de bou­ton, le ver­dict est tombé : c’est un pso­ri­a­sis à gout­te. Très con­traig­nant mais bén­in, je suis soulagée que le voy­age puis­se con­tin­uer. J’apprends que le der­ma­to­logue tient une per­ma­nence sur l’île une fois par mois, c’est quand même un coup de pot. La note prend égale­ment un goût salé et la carte vitale européen­ne ne fonc­tion­ne pas partout, il faut s’en accom­mod­er !

Escale à Naples, “oui Naples est sale…mais c’est une crasse séduc­trice qui côtoie de véri­ta­bles joy­aux archi­tec­turaux”.

Naples

On ne peut pas évo­quer la pol­lu­tion sans par­ler de Naples…Mais Naples nous rend schiz­o­phrène au niveau des sen­ti­ments ! Oui Naples est sale…Mais c’est une crasse séduc­trice qui côtoie de véri­ta­bles joy­aux archi­tec­turaux, un peu com­me Paler­me. Elle suin­te la cor­rup­tion et la saleté par tous ses pores mais l’ambiance est unique. Pour vis­iter la ville et ses envi­rons, nous déci­dons de pren­dre quelques nuits dans une mari­na et nous cher­chons la plus proche du cen­tre-ville (tant qu’à faire !). Nous jetons notre dévolu sur la Mari­na San­ta Lucia. Nous négo­cions le tar­if au télé­phone : Nous pas­sons de 80 à 60 Euros par nuit pour un dix mètres… La mari­na n’a ni toi­let­te, ni douche. Mais nous sommes au cœur de Naples et les mari­nas plus excen­trées ne pro­posent pas de tar­ifs plus avan­tageux. La sécu­rité est sujet­te à cau­tion et sou­vent inclue dans le prix. Nous avons une place qui don­ne sur les restau­rants de la Mari­na et l’endroit est assez sûr pour lais­ser le bateau seul la journée. Ce sera notre petite folie et nous res­terons cinq nuits au port, aucun regret !

De nom­breux inci­dents mal­heureux nous ont été rap­portés par des nav­i­ga­teurs qui sont déjà allés au port de Naples. Les fonds sont rem­plis de détri­tus et des tas de câbles, de cordages, flot­tent dans le port et dans la grande baie. Le gros risque est de se pren­dre une corde dans l’hélice lorsque vous êtes au moteur. C’est au petit bon­heur la chance…Nous prenons le risque et nous sor­tons indem­nes en quit­tant Naples et son port.

Nous notons une grande dif­férence entre la France et l’Italie : les sacs plas­tiques. Alors que la France essaie de dimin­uer voire de stop­per com­plète­ment la dis­tri­b­u­tion des sacs plas­tiques dans les grandes sur­faces et tout autre com­merce, c’est très dif­férent en Ital­ie. C’est la foire aux sacs ! Peu importe ce que vous achetez, on vous remet un tick­et au bis­phénol et un sac plas­tique ! Nous n’avons jamais eu autant de sacs plas­tiques sur le bateau. Nous les util­isons pour la poubelle « déchets ménagers ».
Idem pour le tri des ordures, il n’est pas respec­té et vous pou­vez trou­ver une poubelle à deux entrées : une pour le car­ton et une autre pour le ver­re, mais sans aucune sépa­ra­tion, si bien que tout se mélange ! Nous ne cher­chons pas à blâmer qui que ce soit en faisant cette con­stata­tion. Après tout, n’est-ce pas la répon­se à une société hyp­ocrite ? Pourquoi deman­der de faire le tri alors que l’on con­tin­ue à dis­tribuer des sacs plas­tiques à tout va ? Pourquoi ne réduit-on pas les embal­lages ? À Paris, chaque deux ans, se tient le plus gros salon de l’emballage…Nous ne pen­sons pas être plus écolos en France qu’en Ital­ie.
Autre con­stata­tion mal­heureuse, c’est la dégra­da­tion de site excep­tion­nel tel que Her­cu­lanum ou Pom­péi. Nous choi­sis­sons de vis­iter Her­cu­lanum. Notre décep­tion a été de trou­ver plusieurs por­tions fer­mées au pub­lic cause « de dégra­da­tion du site ». Ce site fab­uleux est en train de se réduire à peau de cha­grin car il n’y a jamais eu d’anticipation de travaux de con­ser­va­tion.
Nous quit­tons Naples avec un petit pince­ment au cœur car elle reste mal­gré tout, une de nos villes préférées de la côte ital­i­en­ne. Elle nous a ensor­celés !

Cap sur Mal­te

Nous voulons attein­dre l’île de Mal­te afin de s’installer quelques semaines ou pourquoi pas y passer l’été pour se poser un peu et tra­vailler à nos activ­ités. Mal­heureuse­ment, Mal­te ne s’avère pas à la hau­teur de nos espérances pour dif­férentes raisons que nous allons évo­quer plus bas.
Avant d’atteindre Mal­te, nous aurons fait une hal­te à Capri, le petit bijou du golfe de Naples, puis deux arrêts dans les îles éoli­en­nes dont une à Panaréa et une autre à Vul­cano. Nous les avions vis­itées il y a deux ans et avions gravi tous les som­mets. Mais nous sommes impa­tients de décou­vrir de nou­veaux ter­ri­toires et ne faisons qu’une petite escale dans ces îles.
Si nous devons recom­man­der une seule île du Golfe de Naples c’est, sans hési­ta­tion, Capri ! Con­cer­nant les îles éoliennes…Nous vous les recom­man­dons toutes ! Fil­icudi a notre préférence mais elles sont toutes dis­tinctes.
Après s’être avi­tail­lés à Vul­cano, nous met­tons le cap sur Mal­te ven­dredi 28 avril à 13h00 et tra­ver­sons le détroit de Messine dans la nuit avec un courant favor­able. Nous arrivons à Mal­te Dimanche 30 avril au mat­in. Nous aurons par­cou­ru envi­ron 200 milles nau­tiques, la nav­i­ga­tion dur­era 43 heures dont 15 heures au moteur. Nous jetons l’ancre à St Julian’s Bay et mal­gré un mouil­lage chahuteur dû à une petite houle facétieuse, nous trou­vons un repos répara­teur.

Arrivée à Mal­te

Mai 2017 : Arrivée à Mal­te

L’arrivée à Mal­te est tou­jours impres­sion­nan­te. La lumière sur le cal­caire, la couleur dorée sur ses for­ti­fi­ca­tions grandios­es et son archi­tec­ture aux influ­ences ori­en­tales est une invi­ta­tion aux con­tes des mille et une nuit. Tout ce beau décor ne reflète mal­heureuse­ment pas les couliss­es de l’île. Mal­te est certes cos­mopo­lite, mais c’est aus­si une île faite pour le touris­me et beau­coup pour le touris­me ! Plus par­ti­c­ulière­ment à Sliema, quartier du bord de mer, nous con­sta­tons la con­struc­tion d’immeubles de plus en plus haut, les maisons sont toutes rehaussées de plusieurs étages et le soleil se couche donc plus tôt que prévu ! De très nom­breux chantiers immo­biliers furent entre­pris par l’ancien gou­verne­ment qui n’était pas avare en autori­sa­tions (affaires de cor­rup­tion) …

Nous prof­i­tons de cette hal­te pour nous avi­tailler en eau et en Gazole tout en restant au mouil­lage. Nous faisons plusieurs allers-retours avec notre kayak gon­flable et nous réus­sis­sons à trans­porter 58L d’eau en un voy­age avec des bidons de 5 et 8L. Il y a une fontaine d’eau potable à 15 mètres de là où nous lais­sons le kayak. Nous trou­vons une laver­ie et une sta­tion d’essence égale­ment tout proche. Nous pas­sons une journée à faire nos « corvées » et nous voilà tran­quilles pour un moment. Mais le vent tourne et nous sommes oblig­és de chang­er de mouil­lage. Nous nous abri­tons à Rinel­la Bay, en face des « trois cités ». Nous sommes loin de tout, coincés sur le bateau et aucun marchand de fruits et légumes à moins de 30 min­utes de marche quand il y a une petite accalmie.
Nous con­sta­tons égale­ment que notre con­nex­ion inter­net est très pau­vre et ne pou­vons pas tra­vailler com­me nous l’avions prévu. L’eau du mouil­lage est sale et nous sommes très dépen­dants de l’eau de mer car nous faisons tout avec elle : vais­selle, toi­let­te, etc… Nous rinçons la vais­selle avec l’eau douce à l’aide d’un pul­vérisa­teur pour économis­er l’eau. Nous faisons notre toi­let­te à l’eau de mer et avons appris un petit truc qui nous per­met de ne pas se rin­cer ! Dès que nous sor­tons de l’eau, nous nous essuyons tout de suite. De ce fait, le sel ne provo­que pas ce tiraille­ment ressen­ti com­me avec le séchage naturel au vent. L’été tarde à venir, alors nous faisons une excep­tion pour les cheveux que nous rinçons à l’eau douce car il fait encore un peu humide en soirée.
Le vent de nord-ouest forcit et sur les 4 bateaux qui se trou­vent au mouil­lage, deux dérapent dans la nuit (l’ancre ne tient pas) heureuse­ment, il n’y a pas de casse et ils doivent rajouter une deux­ième ancre.

« Sur les traces d’Ulysse »

Le 10 mai, alors que le vent tourne au sud, nous déci­dons de quit­ter Mal­te et d’aller sur Syra­cuse où le mouil­lage devant le port con­stitue un excel­lent abri. Nous trou­vons le séjour à Mal­te trop court et regret­tons tout de même notre mouil­lage dans la baie de St Julian qui lui, offre un excel­lent emplace­ment. Mais quand la météo propose…On dis­pose, alors cap sur Syra­cuse ! De là, nous atten­drons le souf­fle con­ciliant d’Éole pour nous pousser jusqu’en Grèce, dans les îles Ion­i­en­nes. Impa­tients de con­tin­uer sur les traces d’Ulysse, nous allons enfin décou­vrir une par­tie de la Méditer­ranée que nous n’avons encore jamais explorée !

Com­me pré­cisé au départ, ce voy­age est une com­bi­naison de belles décou­vertes mais com­porte quelques désen­chante­ments com­me le dur con­stat de pol­lu­tion en mer Méditer­ranée. Mal­heureuse­ment, ce sont TOUTES les côtes méditer­ranéen­nes qui sont touchées. Nous accom­plis­sons des gestes respon­s­ables au quo­ti­di­en de sorte à ne pas aggraver cette sit­u­a­tion. Nous choi­sis­sons des pro­duits qui n’agressent pas l’environnement mar­in, nous sommes très économes en eau, et la brise diesel est util­isée en dernier recours car nous avons le temps (il est de bon ton de le pré­cis­er !). Nous croyons aux ini­tia­tives indi­vidu­elles même si elles ne représen­tent qu’une gout­te d’eau dans la Méditerranée…Ben C’est déjà ça !
Prochain épisode : Une semaine de mouil­lage à Syra­cuse et l’arrivée sur les îles Ion­i­en­nes !

Pollution dans le golfe Ambracique, en Grèce

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En 2017, on meurt encore en Méditer­ranée. Le con­stat est amer pour débuter une nou­velle année, mais il est réel, brut, vio­lent : 5 079 per­son­nes sont décédées...

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En 2017, on meurt encore en Méditer­ranée. Le con­stat est amer pour débuter une nou­velle année, mais il est réel, brut, vio­lent : 5 079 per­son­nes sont décédées en ten­tant de rejoin­dre les rives de l’Europe l’année dernière. Un petit bout de mer à l’échelle d’une planète, mais l’espace mar­itime où l’on meurt le plus ces dernières années. Ce con­stat nous a con­va­in­cu de lancer 15–38 en évo­quant ceux que l’on appelle les “migrants”.

Mais au fait, qu’est-ce qu’un migrant : toi, moi, vous, nous ? L’anthropologue ital­i­en­ne Giu­lia Fabi­ano et le soci­o­logue français Smaïn Laacher ten­tent de décon­stru­ire ce mot. 15–38 c’est aus­si la volon­té de décen­tr­er nos regards et de vous pro­poser d’aller voir ailleurs. Com­ment accueille-t-on ces migrants au Liban, en Algérie, en Grèce et en France ? Quelles sont les prob­lé­ma­tiques et les solu­tions adop­tées ?

Mais pour com­mencer, pourquoi par­tir ? Com­me Thier­ry, Malik, Josiane, cer­tains ont quit­té un pays en guer­re, dont la Syrie, d’autres ont fui l’absence d’horizon, croy­ant à un eldo­rado européen. La plu­part sont des hommes mais pas seule­ment. Il y a des femmes et des mineurs aus­si, que nous avons ren­con­trés à Mar­seille. Tous ont pris la route avec, dans un coin de leur tête, le risque et la peur de mourir qui les guet­tent à chaque pas. La mort, com­me com­pagnon de route sur les chemins de l’exil, nous l’évoquerons avec l’anthropologue Car­oli­na Kobelin­sky et avec Sheima qui a tra­ver­sé la Méditer­ranée depuis la Libye accom­pa­g­née de toute sa famille et est aujourd’hui réfugiée en Norvège.

L’exil a un com­mence­ment : le pays que l’on lais­se der­rière soi, la famille, la maison, les amis, les repères. Il n’a pas for­cé­ment une fin, mais des escales inopinées devi­en­nent par­fois des lig­nes d’arrivées. Nous avons donc rejoint Athè­nes, aux côtés de Manu qui racon­te l’accueil sol­idaire dans un squat au coeur d’un pays où la crise a déjà telle­ment frag­ilisé les Grecs. Nous avons inter­rogé Raja, Ahmed et leurs amis étu­di­ants en Algérie qui con­stru­isent un col­lec­tif de sou­tien aux migrants, sur un ter­ri­toire où la présence et l’accueil des sub­sa­hariens com­men­cent à peine à poser ques­tion.

C’est égale­ment en France dans de petits vil­lages que cer­tains ont été accueil­lis. A Saint-Bauzille-de-Putois, par exem­ple, les habi­tants sont par­fois inqui­ets et se deman­dent ce qu’ils vont bien pou­voir faire de cet “autre” qui entre dans le quo­ti­di­en. Car aller à la ren­con­tre des migrants c’est aus­si don­ner la parole à ceux qui les aident ou les voient passer, ceux qu’ils émeu­vent et ceux qu’ils effraient.

Mais avant d’arriver, il y a les fron­tières, les bar­rières, la peur au ven­tre. Nous nous sommes arrêtés à Vin­timille, entre la France et l’Italie, là où des citoyens sont con­sid­érés com­me hors-la-loi pour avoir voulu porter sec­ours à ceux qui arrivent. Où est la fron­tière entre non-assis­tance à per­son­ne en dan­ger et dél­it de sol­i­dar­ité ? Dans la val­lée de la Roya, les citoyens pour­suiv­is par la jus­tice ques­tion­nent notre hos­pi­tal­ité.

Pour con­clure, lais­sons la plume à ceux qui la manient avec tal­ent et poésie com­me Omar Souleimane, jour­nal­is­te et poète syrien instal­lé en France. Dans son dernier recueil, il évo­que, l’exil, la mémoire du pays et la con­struc­tion d’une vie nou­velle entre ces deux réal­ités.

Ce dossier nous rap­pelle que “la crise migra­toire” néces­site une réflex­ion méditer­ranéen­ne de tous les acteurs et que les replis nationaux n’empêcheront pas les mobil­ités humaines sur ce bass­in lieu de bras­sages cul­turels his­toriques.

Rédaction 1538
Caricature : Saâd
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Soci­o­logue écon­o­mis­te, Ken­za Afsahi tra­vaille sur la pro­duc­tion de drogues. Elle insis­te notam­ment sur l’impact des change­ments struc­turels du marché du cannabis dans le mon­de (lég­is­la­tion, nou­veaux pro­duits,…)...

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Soci­o­logue écon­o­mis­te, Ken­za Afsahi tra­vaille sur la pro­duc­tion de drogues. Elle insis­te notam­ment sur l’impact des change­ments struc­turels du marché du cannabis dans le mon­de (lég­is­la­tion, nou­veaux pro­duits,…) et sur l’avenir des pro­duc­teurs de cannabis dans les pays du Sud. Avec elle, nous décryp­tons l’adaptation des pays his­torique­ment pro­duc­teurs de cannabis en Méditer­ranée, prin­ci­pale­ment Maroc et Liban, face aux nou­veaux mod­es de pro­duc­tion.

Entretien

La Méditer­ranée est his­torique­ment une des prin­ci­pales régions pro­duc­tri­ces de cannabis avec le Maroc et le Liban, est-ce tou­jours le cas aujourd’hui ?

Effec­tive­ment, la région méditer­ranéen­ne est une région his­torique de pro­duc­tion de cannabis, mais ce n’est qu’au cours de ces cinquan­te dernières années que le Maroc et le Liban* sont devenus parmi les plus impor­tants pro­duc­teurs de haschich au mon­de pour ce qui con­cerne le marché d’exportation. Il y a eu, par le passé, d’autres espaces de cul­ture de cannabis en Afrique du Nord, au Moyen Ori­ent et en Europe du Sud, notam­ment en Egypte, en Syrie, en Algérie, en Tunisie, en Grèce et en Turquie.

Le Maroc, qui est un pays tra­di­tion­nel de cul­ture de cannabis (de kif ou her­be de cannabis), a com­mencé à pro­duire du haschich pour répon­dre à la deman­de européen­ne, puis l’a ensuite dif­fusé sur son ter­ri­toire nation­al. Le Liban l’a des­tiné dans un pre­mier temps à l’Europe et le Moyen Ori­ent, mais très peu de haschich libanais cir­cule actuelle­ment en Europe, si on en croit les saisies réal­isées par la police européen­ne et les dires des con­som­ma­teurs européens.

Aujourd’hui, le Rif au Maroc et la Beqaa au Liban sont toutes deux d’importantes régions de pro­duc­tion de cannabis. Les paysans les plus pau­vres y ont prof­ité de l’opportunité économique provo­quée par la pro­hi­bi­tion et une deman­de mon­di­ale soutenue de cannabis. Le Maroc et le Liban parta­gent, à bien des égards, des simil­i­tudes (mar­gin­al­i­sa­tion des espaces de cul­ture, lég­is­la­tion répres­sive, deman­de inter­na­tionale impor­tan­te, cli­mat méditer­ranéen prop­ice à la cul­ture, marchés de con­som­ma­tion à prox­im­ité, etc.).

Mais la com­para­ison des deux pays lais­se entrevoir des dif­férences de con­tex­tes insti­tu­tion­nels dans les marchés locaux et inter­na­tionaux (marché tra­di­tion­nel au Maroc/absence d’un marché local au Liban, sta­bil­ité au Maroc/instabilité au Liban, etc.). Au Maroc, la sta­bil­ité du pays et la spé­cial­i­sa­tion des cul­ti­va­teurs de cannabis, depuis une cinquan­taine d’années, a favorisé le développe­ment d’une économie du haschich com­péti­tive. En dif­férents lieux, de mul­ti­ples pro­duits, aux qual­ités et aux prix diver­si­fiés, sont com­mer­cial­isés. La con­cur­rence entre pro­duc­teurs maro­cains et européens entraine de véri­ta­bles stratégies com­mer­ciales. Par ailleurs, le Maroc pro­duit égale­ment pour une impor­tan­te con­som­ma­tion locale de cannabis.

Au Liban, les cul­ti­va­teurs et les inter­mé­di­aires ont su dévelop­per une économie du cannabis mal­gré l’instabilité poli­tique, les guer­res et les ingérences étrangères. L’absence de con­trôle de l’Etat dans la Beqaa, en sit­u­a­tion de con­flit per­ma­nen­te, s’est révélée avan­tageuse pour les cul­ti­va­teurs et les inter­mé­di­aires et a même favorisé le pas­sage du cannabis au pavot à la fin des années 1980. Les désor­dres poli­tiques actuels au Moyen-Ori­ent — et prin­ci­pale­ment la guer­re en Syrie —, ont, une fois encore, favorisé la reprise de la cul­ture de cannabis et la pro­duc­tion de haschich dans la val­lée de la Béqaa. Aujourd’hui, le Liban est cer­taine­ment le pre­mier pro­duc­teur de résine de cannabis du Moyen-Ori­ent. Pour­tant, si la cul­ture du cannabis au Liban est anci­en­ne, ce pro­duit n’y a pas sus­cité les mêmes usages tra­di­tion­nels qu’au Maroc.

Champ de cannabis dans le Rif (Maroc)

Par ailleurs, ces dernières années ont vu émerg­er de nou­veaux espaces de cul­ture de cannabis en Méditer­ranée. Est née en Europe une pro­duc­tion domes­tique crois­san­te, égale­ment parmi des pays méditer­ranéens. En Espag­ne par exem­ple, selon une recherche menée sur la base des saisies de la police espag­nole, la cul­ture de cannabis à grande échelle a aug­men­té et on s’orienterait vers une sub­sti­tu­tion aux impor­ta­tions du haschich maro­cain. Rap­pelons que l’Espagne, qui est très proche géo­graphique­ment du Maroc, est le pre­mier pays de tran­sit et beau­coup de trafi­quants et d’intermédiaires espag­nols sont impliqués dans le trafic du haschich maro­cain. Le plus sur­prenant est que la cul­ture de cannabis à grande échelle se ferait surtout selon le mod­èle «hol­landais», c’est-à-dire en intérieur, alors que l’Espagne du Sud dis­pose de con­di­tions cli­ma­tiques et édaphiques favor­ables, autant que le Maroc et le Liban. Mais, étant don­né l’ampleur qu’a prise cette économie, les cul­tures de cannabis ont été déplacées en intérieur dans des lieux cachés et pro­tégés. Une autre recherche a mon­tré qu’en Turquie égale­ment, il per­sis­te une tra­di­tion de pro­duc­tion de haschich et, en regard à une posi­tion géo­graphique idéale au car­refour de l’Europe, des Balka­ns et du Moyen-Ori­ent, la cul­ture de cannabis aurait aug­men­té ces dix dernières années, prin­ci­pale­ment dans la région de Diyarbakir. Cepen­dant, la pro­duc­tion de cannabis dans plusieurs pays de la Méditer­ranée reste mécon­nue car peu de recherch­es sur ces pays ont été effec­tuées. La plu­part des infor­ma­tions provi­en­nent de jour­nal­is­tes ou de la police et non pas de recherch­es en sci­ences sociales. C’est le cas de l’Albanie où la police médi­a­tise régulière­ment les arresta­tions dans des inter­ven­tions liées au trafic et les érad­i­ca­tions de champs de cannabis vis­i­ble­ment impor­tan­tes dans le pays, surtout dans les mon­tag­nes près de la fron­tière avec la Grèce.

Quelle est la lég­is­la­tion actuelle au Maroc con­cer­nant la cul­ture et la con­som­ma­tion du cannabis ? Est-elle effi­cace pour dis­suader les pro­duc­teurs de se lancer dans la pro­duc­tion ?

La lég­is­la­tion actuelle en matière de cul­ture et de con­som­ma­tion de cannabis au Maroc est liée à la péri­ode de Pro­tec­torat français, c’est un héritage colo­nial et des con­ven­tions inter­na­tionales. Plusieurs dahirs (décrets roy­aux) ont régle­men­té la cul­ture, la ven­te et l’usage du cannabis entre 1912 et 1956. D’abord ces dahirs avaient pour objec­tifs de défendre les intérêts de la Régie du Tabac et du Kif, monopole instau­ré par la France (qui cul­ti­vait du cannabis dans dif­férentes régions, notam­ment du côté de Kéni­tra ou de Mar­rakech), dont les recettes étaient ver­sées à l’administration française, et de lut­ter con­tre la con­tre­ban­de du kif cul­tivé dans la zone sous Pro­tec­torat espag­nol, c’est-à-dire dans le Rif. En 1954, un dahir inter­dit, dans la per­spec­tive de l’indépendance prochaine, la pro­duc­tion, la ven­te et la con­som­ma­tion de cannabis dans toute la zone sous pro­tec­torat français pri­vant ain­si le Maroc d’une man­ne finan­cière après l’avoir exploité pen­dant plusieurs décen­nies. A l’indépendance (1956), cette inter­dic­tion est élargie à l’ensemble du ter­ri­toire et le car­ac­tère illé­gal des dérivés du cannabis sera con­fir­mé dès la sig­na­ture par le Maroc (1966) de la Con­ven­tion unique sur les stupé­fi­ants de 1961 (Nations unies). Dans la lignée des con­ven­tions inter­na­tionales, en 1974, un nou­veau dahir relat­if à la répres­sion et à la préven­tion de la tox­i­co­manie est pro­mul­gué. Répres­sif à l’égard du con­som­ma­teur, il con­stitue aujourd’hui la base de la lég­is­la­tion en matière de con­som­ma­tion de drogues au Maroc. Mal­gré ces inter­dic­tions, la cul­ture de cannabis sera tolérée dans un espace restreint du Rif cen­tral où elle serait implan­tée depuis plusieurs siè­cles. Elle sera égale­ment tolérée dans le Rif occi­den­tal (Jebala), là où il y a eu des exten­sions de cul­ture de cannabis pen­dant les années 1980 et 1990.

La cul­ture de cannabis a une longue his­toire de tolérance per­pé­tuée par les Espag­nols pen­dant le Pro­tec­torat pour s’attirer la sym­pa­thie des tribus berbères après la guer­re du Rif (1921–1926). Le cannabis y est devenu un sym­bole iden­ti­taire d’une pop­u­la­tion mar­gin­al­isée. Le Nord du Maroc a eu par le passé une his­toire tumultueuse avec le pou­voir cen­tral. Il a con­nu des émeutes de 1958 et 1981, et a été mis à l’écart des grands pro­jets de développe­ment à l’indépendance du pays. La lég­is­la­tion n’a donc pas été effi­cace pour sup­primer la cul­ture de cannabis dans le Rif mais l’application de la loi a été effi­cace notam­ment lorsqu’elle a sup­primé la cul­ture de cannabis dans le Sud du Maroc ou a restreint l’extension de la cul­ture de cannabis au delà du Rif. Elle a per­mis égale­ment d’éradiquer la cul­ture de cannabis dans la province de Larache.

Glob­ale­ment, les dahirs de loi inter­dis­ent l’usage, la cul­ture, le trans­port, le stock­age, la ven­te du cannabis sous toutes leurs formes. Toute­fois, l’usage étant tra­di­tion­nel, la pos­ses­sion de petites quan­tités n’est pas pas­si­ble de pour­suites. Quant à la cul­ture de cannabis, elle est illé­gale et peut faire encourir à ses auteurs une peine d’emprisonnement de 5 à 10 ans et une amende de 5 000 à 50 000 dirhams. Elle est aus­si tolérée, ce qui n’empêche nulle­ment les érad­i­ca­tions ou les arresta­tions. Ce qui place les cul­ti­va­teurs dans une grande incer­ti­tude. Selon les chiffres du Min­istère de l’Intérieur, ils seraient 47 000 cul­ti­va­teurs sous man­dats d’arrêt, ils ne seront pas tous incar­cérés, mais leur incrim­i­na­tion les fait vivre dans la peur per­ma­nen­te. Ils doivent se cacher, établir des stratégies, chang­er leur vie quo­ti­di­en­ne. Pour des dél­its plus graves liés au marché du cannabis, la dis­tri­b­u­tion et la ven­te, les peines sont plus sévères, surtout si des liens avec des organ­i­sa­tions crim­inelles sont avérés.

Com­ment évolue la pro­duc­tion et com­ment les pro­duc­teurs maro­cains s’adaptent-ils face la con­som­ma­tion de cannabis de syn­thèse, mais aus­si face à l’augmentation de la pro­duc­tion en Europe ?

En effet, en Europe, il y a eu une émer­gence d’une indus­trie de sub­sti­tu­tion aux impor­ta­tions de haschich. Les con­som­ma­teurs européens ont désor­mais à dis­po­si­tion des pro­duits diver­si­fiés et puis­sants. Selon l’Observatoire européen des drogues et tox­i­co­ma­nies, le marché est aus­si car­ac­térisé depuis le milieu des années 2000 par l’introduction du cannabis de syn­thèse orig­i­naire d’Asie. Il est dif­fi­cile de savoir si le cannabis de syn­thèse a un impact sur la cul­ture de cannabis au Maroc et s’il fait con­cur­rence au haschich maro­cain en Europe. Il faudrait déter­min­er en pre­mier lieu quels sont les con­som­ma­teurs de cannabis qui se tour­nent vers ce type de pro­duit. Nonob­stant, le haschich a souf­fert de la con­cur­rence de l’herbe cul­tivée par les nou­veaux entre­pre­neurs de cannabis locaux qui usent de tech­niques de cul­ture et de stratégies de mar­ket­ing mod­er­nes et élaborées, et il a per­du beau­coup de sa pop­u­lar­ité pen­dant les années 1990.

Jeunes plants de cannabis de var­iété hybride, Rif (Maroc)

Pour­tant, il n’y a pas eu de déclin de la pro­duc­tion de haschich au Maroc, au con­traire la cul­ture de cannabis, la cul­ture de cannabis a vu éclore de nou­veaux développe­ments ces dix dernières années, avec l’introduction de var­iétés hybrides de cannabis, aux taux de THC plus élevés, afin de répon­dre aux préférences actuelles des con­som­ma­teurs européens. Les acteurs maro­cain du marché du cannabis ont déjà, par le passé, dû faire face à la con­cur­rence : pen­dant les années 1970 quand le haschich maro­cain, même de très bon­ne qual­ité, a com­mencé à être ven­du en Europe, il était con­cur­rencé par d’autres qual­ités réputées com­me les haschichs libanais, turc, afghan ou népalais. Le marché pro­po­sait égale­ment dif­férentes var­iétés d’herbes africaine, colom­bi­en­ne, ou thaï­landaise.

Ce n’est qu’au cours des années 1990 que le haschich maro­cain s’est imposé sur le marché. Mais la con­cur­rence à laque­lle doivent faire face les cul­ti­va­teurs est égale­ment locale, par exem­ple entre le haschich pro­duit dans l’espace his­torique de cul­ture et celui provenant de nou­veaux espaces de pro­duc­tion, ou com­me entre cul­ti­va­teurs d’un même vil­lage. Le nom­bre élevé de cul­ti­va­teurs per­met aux inter­mé­di­aires et aux trafi­quants d’exercer des pres­sions afin que soient intro­duites de nou­velles var­iétés hybrides ou que le prix du cannabis bais­se. En l’occurrence, les cul­ti­va­teurs doivent s’adapter aux change­ments du marché, mais ces adap­ta­tions sont toute­fois à rel­a­tivis­er ; la cul­ture des hybrides par exem­ple pose d’autres prob­lèmes, com­me celui de la sur­pro­duc­tion. Ces dernières années, la répres­sion du trafic s’est inten­si­fiée, et les cul­ti­va­teurs se plaig­nent de ne plus pou­voir écouler leurs stocks aus­si aisé­ment que par le passé. Et s’ils parvi­en­nent, grâce aux tech­niques mod­er­nes, à faire évoluer leurs pro­duits, ils ne maîtrisent pas tou­jours les cir­cuits de com­mer­cial­i­sa­tion.

Com­ment évolue la cir­cu­la­tion des drogues en Méditer­ranée ? Y’a-t-il plus de trafics ? de nou­velles routes ? De nou­veaux con­cur­rents au shit maro­cain ?

Depuis quelques années, les risques lors du trans­port du haschis­ch ont aug­men­té au Maroc et vers l’Europe. Les autorités se con­cen­trent sur la répres­sion du trafic au delà de l’espace de cul­ture de cannabis (routes, fron­tières, villes) et les saisies se sont mul­ti­pliées. Vers l’Europe l’utilisation de moyens tech­nologiques (radars, etc.) per­me­t­tent d’intercepter les trafi­quants de manière plus effi­cace. Pour y faire face, les inter­mé­di­aires cherchent de nou­veaux marchés et com­men­cent à recon­fig­ur­er leurs réseaux de com­mer­cial­i­sa­tion ain­si depuis quelques années ils écoulent le haschis­ch en Afrique prof­i­tant notam­ment de sys­tèmes poli­tiques frag­ilisés et cor­rom­pus.

Con­cer­nant les nou­veaux con­cur­rents, les pro­duc­teurs des pays indus­tri­al­isés ne s’étaient pas réelle­ment intéressés, jusqu’à présent, à l’extraction de la résine. Le haschich demeu­rait un pro­duit d’importation. Mais actuelle­ment, on observe de nom­breuses ten­ta­tives de pro­duc­tion de résine en Europe même, com­me en Amérique du Nord. Des tech­niques se dévelop­pent locale­ment, et de plus en plus de « cul­ti­va­teurs domes­tiques de cannabis » trans­for­ment leur cannabis grâce à des tech­niques d’extraction emprun­tées au pays du Sud mais adap­tées à l’Europe ; ain­si le « Pol­li­na­tor* », dévelop­pé par une entre­pre­neuse hol­landaise, per­met de pro­duire locale­ment une résine de grande qual­ité.

*Voir Afsahi K., Dar­wich S., 2016, “Hashish in Moroc­co and Lebanon- A com­par­a­tive study”, Inter­na­tion­al Jour­nal of Drug Pol­i­cy, 31, 190–198 http://dx.doi.org/10.1016/j.drugpo.2016.02.024

*Le Pol­li­na­tor est une machine qui ressem­ble à un sèche-linge bor­dé d’un tamis. Elle per­met d’extraire une résine avec moins de déchets végé­taux ou impuretés.

Soci­o­logue écon­o­mis­te, Ken­za Afsahi tra­vaille sur la pro­duc­tion de drogues. Maître de con­férences en soci­olo­gie à l’Université de Bor­deaux et chercheuse au Cen­tre Emile Durkheim (CNRS), une par­tie de ses recherch­es actuelles visent à dévoil­er les mécan­ismes du marché du cannabis à par­tir de l’étude de l’offre. Elle a notam­ment ini­tié et développe des com­para­isons Nord-Sud (avec le Maroc, le Canada et la France), et Sud-Sud (avec le Maroc, le Brésil et le Liban) de la cul­ture de cannabis. Elle insis­te notam­ment sur l’impact des change­ments struc­turels du marché du cannabis dans le mon­de (lég­is­la­tion, nou­veaux pro­duits…) et sur l’avenir des pro­duc­teurs de cannabis dans les pays du Sud.

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Mal­gré la pénal­i­sa­tion de la vio­lence con­ju­gale, les Tunisi­en­nes doivent faire face aux crain­tes de la société et au man­que de moyens des asso­ci­a­tions. Ahlam* sort de son...

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Mal­gré la pénal­i­sa­tion de la vio­lence con­ju­gale, les Tunisi­en­nes doivent faire face aux crain­tes de la société et au man­que de moyens des asso­ci­a­tions.

Ahlam* sort de son sac à main une poignée de feuilles pliées en deux. Des cer­ti­fi­cats médi­caux à l’en-tête «Min­istère de la San­té, République tunisi­en­ne», com­me pour prou­ver ses dires. «S’il savait que je venais ici, je me ferais frap­per encore plus, c’est dan­gereux», lance-t-elle rapi­de­ment. Ahlam sort d’une séance d’ «écoute sol­idaire» au cen­tre d’écoute et d’orientation de l’Association tunisi­en­ne des femmes démoc­ra­tes (ATFD), au coeur de la cap­i­tale. Cette fem­me de 43 ans, mère de trois enfants et fem­me au foy­er, vient ren­con­tr­er les bénév­oles de l’association depuis deux ans, à la recherche de sou­tien et de con­seils. Cela fait des années que son mari la bat, racon­te-t-elle en mon­trant son nez, cassé, et les dents man­quan­tes au fond de sa bouche. «Je vais bien­tôt voir un avo­cat. Je veux sim­ple­ment réclamer mes droits et retrou­ver mon bon­heur», souf­fle Ahlam. En Tunisie, la vio­lence con­ju­gale est un dél­it puni de 2 à 5 ans de pris­on selon la grav­ité des blessures physiques infligées. Mais entre ce qu’on peut lire dans le Code pénal et la réal­ité vécue par les femmes, le fos­sé est immense, et le dépôt puis l’aboutissement d’une plain­te est sou­vent un long et pénible proces­sus.

Hon­te et sen­ti­ment de cul­pa­bil­ité

Ahlam s’est mar­iée en 1998. Après la nais­sance de son pre­mier enfant, en 2000, les coups de son mari com­men­cent. En 2003, elle décou­vre qu’il a une rela­tion avec une autre fem­me. «Je lui ai dit que je ne voulais pas de cette sit­u­a­tion. Il m’a frap­pée et m’a fait hos­pi­talis­er en psy­chi­a­trie, en dis­ant que je n’avais le droit de rien faire». La vio­lence est quo­ti­di­en­ne, infligée par son mari, mais aus­si par sa belle-famille. «J’étais com­me leur bon­ne et tout le mon­de me frap­pait», racon­te-t-elle. Ahlam se retrou­ve isolée : «Je n’avais plus d’amis. J’ai arrêté d’en avoir, je me suis ren­fer­mée sur moi-même. J’avais mon prob­lème et je ne pou­vais pas en par­ler aux autres. Ni aux hommes, ni aux femmes. Si tu leur par­les, elles vont te causer encore plus de prob­lèmes et tu auras une répu­ta­tion hor­ri­ble dans le quartier».

Effrayée, préoc­cupée par l’avenir de ses enfants, Ahlam envis­age la solu­tion judi­ci­aire avec pru­dence. «Je ne peux pas divorcer, car j’ai peur que mon mari ne me don­ne pas la pen­sion ali­men­taire, et parce qu’il va me frap­per. Il faut d’abord que je prou­ve la vio­lence pour le divorce», soupire-t-elle. En Tunisie, les femmes ont le droit de divorcer depuis 1956 et la pro­mul­ga­tion du Code du statut per­son­nel, et ont droit pour leurs enfants à une pen­sion ali­men­taire du père. Une avancée impul­sée par le prési­dent Habib Bour­guiba, père de l’indépendance. La loi ne prévoit pas l’obligation pour les femmes de se jus­ti­fier pour deman­der le divorce, mais en cas de vio­lences, le divorce dit «par préju­dice» aboutit sou­vent plus rapi­de­ment. Il per­met égale­ment aux femmes de réclamer, en plus d’une pen­sion ali­men­taire plus élevée, des dédom­mage­ments. Et dans tous les cas, aucune mesure de pro­tec­tion n’est prévue par la loi pour préserver les femmes des éventuelles repré­sailles de leur mari en atten­dant l’aboutissement des procé­dures.

Sen­ti­ment de cul­pa­bil­ité, hon­te, vul­néra­bil­ité sociale et économique, obsta­cles admin­is­trat­ifs et juridiques : les mil­i­tan­tes de l’ATFD, qui ont reçu, écouté et ori­en­té plus de 4000 femmes depuis 1991, con­nais­sent bien les raisons qui empêchent la plu­part des femmes vic­times de vio­lences de porter plain­te. Selon une enquête nationale menée par l’Office nation­al de la famille et de pop­u­la­tion en 2011, près de la moitié des femmes tunisi­en­nes ont subi des vio­lences physiques au cours de leur vie. Mais seules 18% d’entre elles ont porté plain­te. «Il y a trop de silence qui entoure la vio­lence, les femmes ne se sen­tent pas autorisées à en par­ler», regret­te Ahlem Bel­haj, anci­en­ne prési­den­te de l’ATFD, actuelle­ment en charge de la com­mis­sion «Vio­lences et San­té» de l’association.

Pres­sion sociale et nor­mal­i­sa­tion de la vio­lence envers les femmes

A Tunis, l’espace d’hébergement de l’association Beity, d’une capac­ité de 30 lits et dont l’unique entrée n’a pas d’écriteau pour un max­i­mum de dis­cré­tion, reçoit depuis octo­bre 2016 des femmes «en sit­u­a­tion de vul­néra­bil­ité». Cer­taines d’entre elles se s’ont retrou­vées à la rue, par­fois avec leurs enfants, pour avoir osé porté plain­te ou voulu fuir un foy­er vio­lent. Sou­vent rejetées par leur famille, sans ressources finan­cières, elles sont accom­pa­g­nées par l’association dans leurs démarch­es, et peu­vent béné­ficier de for­ma­tions et d’aides à la recherche d’emploi.

En huit mois, la direc­trice du cen­tre, Nadia Ben­zarti, a sou­vent enten­du les mêmes mots dans la bouche des femmes vic­times de vio­lences domes­tiques : «Lorsque les femmes vien­nent, elles dis­ent “Je l’ai bien mérité”. Ou par exem­ple : “C’est parce que je n’ai pas fait le dîn­er hier soir qu’il m’a frap­pé, il a quelque part raison.” », se désole-t-elle. Une réac­tion due à un mécan­is­me psy­chologique qui per­met de se pro­téger du trau­ma­tisme, explique cette psy­cho­logue de for­ma­tion, mais aus­si le résul­tat d’une nor­mal­i­sa­tion de la vio­lence envers les femmes.

La lut­te con­tre cette banal­i­sa­tion est l’un des com­bats de Hayet Jaz­zar, avo­cate à la Cour de cas­sa­tion de Tunis, mem­bre de la Ligue tunisi­en­ne des droits de l’Homme (LTDH) et mil­i­tan­te de l’ATFD. Elle a con­seil­lé, ori­en­té et accom­pa­g­né juridique­ment des femmes vic­times de vio­lences pen­dant 25 ans, bénév­ole­ment. Attablée au café “L’Univers”, où se retrou­vent beau­coup d’activistes de la société civile, elle dénon­ce la pres­sion sociale que subis­sent ces femmes : «Autour d’elles, dans la famille, quand elles sont vio­len­tées, et quand elles en par­lent, on leur dit : tout le mon­de est vio­len­té, essaie de bais­ser un peu le ton, change ta manière de réa­gir”. Tout le mon­de lui con­seille de se soumet­tre encore plus ! »

L’aboutissement d’une plain­te, une rareté

Les obsta­cles ne se lim­i­tent pas au cer­cle famil­ial. Au poste de police, l’accueil n’est pas celui que l’on pour­rait imag­in­er pour une vic­time de quelque crime que ce soit. «Le plus sou­vent on lui dit : “Ren­tre chez toi, tu vas empris­on­ner ton mari, ce n’est pas nor­mal”», racon­te Hayet Jaz­zar. Pour Ahlem Bel­haj, ce com­porte­ment fréquent chez les policiers est le symp­tôme d’une société où les femmes ne sont pas con­sid­érées com­me des indi­vidus mais plutôt com­me un élé­ment de la famille. «Son statut de citoyen­ne n’est rien à côté de son statut d’épouse, de fille, ou de soeur. La cohé­sion famil­iale passe au-dessus des droits des femmes, résume-t-elle. La police n’est pas syn­onyme de sécu­rité et de jus­tice. Au con­traire, la police est égale­ment le mail­lon d’une chaîne de men­aces».

Les mil­i­tan­tes asso­cia­tives ont ain­si con­staté que les femmes qui per­sis­taient dans leur n’étaient qu’une minorité, les autres aban­don­nant en cours de route, découragées. Najet*, 36 ans, fem­me au foy­er et mère de deux enfants, a décidé un jour d’août 2016 d’agir face aux vio­lences physiques quo­ti­di­en­nes que lui infligeait son époux. «Je lui ai dit : Je m’en vais, ça suf­fit, je prends les enfants avec moi. Si tu voir les enfants, tu vien­dras, mais dans tous les cas je m’en vais». Najet part vivre chez son père avec son fils de 5 ans et sa fille de 3 ans. Dans la foulée, elle se rend chez un avo­cat pour entamer une procé­dure de divorce. Quelques mois plus tard, le père de ses enfants vient les emmen­er pour ce qu’elle croit être une garde com­me les autres. C’était en févri­er 2017, elle ne les a pas revus depuis. «Il est par­ti en Algérie avec eux. Il les a enlevés. Je ne sais même pas où ils sont». Najet peine à retenir ses larmes. «C’est lorsque je suis allée sig­naler l’enlèvement au poste de police que j’ai réal­isé en plus que mon avo­cat n’avait pas trans­mis ma plain­te au tri­bunal, des mois plus tôt. J’ai dû tout repren­dre à zéro», pour­suit, amère, la jeune fem­me, qui se rend régulière­ment au cen­tre d’écoute de l’ATFD.

L’histoire de Najet, abusée par son avo­cat, est couran­te, com­me l’explique Khouloud Nsiri, chargée du pro­gram­me Ade­la à l’association Avo­cats sans fron­tières (ASF), qui vise à amélior­er l’accès à la jus­tice des per­son­nes vul­nérables, en par­ti­c­ulier les femmes. Selon elle, de nom­breux inter­venants du sys­tème judi­ci­aire prof­i­tent de la sit­u­a­tion des femmes vic­times de vio­lence et par­fois de leur mécon­nais­sance de leurs droits pour leur soutir­er de l’argent. « Elle est vic­time, elle a subi des atroc­ités, et là elle est manip­ulée tout au long du proces­sus… », soupire-t-elle. Et lorsqu’une affaire arrive devant le juge, par­fois au bout de plusieurs années, et sou­vent grâce à la pugnac­ité d’avocats mil­i­tants, rien n’est encore gag­né. «Il y a une ten­dance à don­ner les peines les plus légères pos­si­bles aux maris vio­lents, parce que ce qui pré­domine dans l’esprit de la loi tunisi­en­ne c’est le fait de préserver la famille, et donc préserver le mari, qui dans les tex­tes est tou­jours offi­cielle­ment “le chef de famille”», explique Khouloud Nsiri.

La sol­i­dar­ité, seul espoir, en atten­dant la loi “inté­grale”

Dans ce con­tex­te, le rôle des asso­ci­a­tions est essen­tiel d’un bout à l’autre du proces­sus, de l’écoute active et sol­idaire à l’accompagnement juridique en pas­sant par le con­seil, le sou­tien psy­chologique, l’hébergement d’urgence lorsque c’est néces­saire. «L’État doit recon­naître sa respon­s­abil­ité pour faciliter l’accès à la jus­tice pour les femmes. Car le sen­ti­ment de réus­sir à obtenir jus­tice est déjà un remède en soi», con­clut Khouloud Nsiri. Même son de cloche du côté de Nadia Ben­zarti, de Beity : «Ce qu’on est en train de faire, nor­male­ment ça devrait être le tra­vail de l’Etat !», s’indigne-t-elle. Grâce aux pres­sions de la société civile, un nou­veau pro­jet de loi, la «loi inté­grale rel­a­tive aux vio­lences faites aux femmes», a été rédigé. En par­tie basé sur les recom­man­da­tions d’associations his­toriques com­me l’ATFD, il a pour objec­tif de traiter les vio­lences faites aux femmes de façon plus com­plète, en prenant en compte les dif­férents types de vio­lences : physique, mais aus­si psy­chologique, économique… Elle prévoit égale­ment des mécan­ismes de préven­tion de la vio­lence, un ren­force­ment de la pro­tec­tion des femmes qui en sont vic­times, et des sanc­tions à l’encontre des policiers qui ten­teraient de les dis­suader de porter plain­te.

Le pro­jet de loi répond aus­si à la néces­sité de met­tre la loi tunisi­en­ne en con­for­mité avec la nou­velle con­sti­tu­tion post-révo­lu­tion, adop­tée en 2014, et qui stip­ule que l’Etat tunisien «s’engage à pren­dre les mesures néces­saires pour éradi­quer la vio­lence con­tre les femmes». Adop­té en con­seil des min­istres en juil­let 2016, il aurait dû être voté au par­lement en mai 2017. Mais le tex­te traîne encore dans les tiroirs de l’Assemblée des représen­tants du peu­ple, et les mil­i­tan­tes s’impatientent. «Jusqu’à main­tenant il y a un cer­tain vide juridique. On ne recon­naît pas la vio­lence faite aux femmes com­me un phénomène spé­ci­fique. Le pro­jet de loi est donc vrai­ment inno­vant en matière de lég­is­la­tion ! Et c’est urgent ! », s’exclame Ahlem Bel­haj.

Même si c’est loin d’être suff­isant. « La cause de la vio­lence envers les femmes c’est la men­tal­ité misog­y­ne et patri­ar­cale qui règne en Tunisie, s’exclame Hayet Jaz­zar. Il faut édu­quer, sen­si­bilis­er. » Le com­bat des asso­ci­a­tions ne s’arrêtera pas avec la nou­velle loi.

*Les prénoms ont été mod­i­fiés à la deman­de des femmes pour des raisons de sécu­rité.

Perrine Massy et Timothée Vinchon 

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Le con­flit syrien a impliqué mil­i­taire­ment une par­tie des pays des rives nord et sud de la Méditer­ranée de manière directe à tra­vers des ini­tia­tives indi­vidu­elles ou à...

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Le con­flit syrien a impliqué mil­i­taire­ment une par­tie des pays des rives nord et sud de la Méditer­ranée de manière directe à tra­vers des ini­tia­tives indi­vidu­elles ou à tra­vers le jeu de coali­tions hétéro­clites répon­dant à des moti­va­tions et à des intérêts var­iés.

L’armée la plus impliquée dans le con­flit reste l’armée israéli­en­ne qui mène une véri­ta­ble guer­re de sape con­tre l’armée arabe syri­en­ne (AAS) et le pou­voir de Damas. Offi­cielle­ment, Israël est neu­tre mais en réal­ité elle inter­vient directe­ment, de trois manières. D’abord, elle riposte de manière tou­jours dis­pro­por­tion­née aux bavures de l’armée arabe syri­en­ne dans le Golan et d’autres groupes armés, mais en ciblant unique­ment les posi­tions de l’AAS jusqu’à créer un no man’s land entre les deux armées.

L’armée israéli­en­ne: des soins à la guer­re élec­tron­ique
Ensuite, l’armée israéli­en­ne offre assis­tance à cer­tains groupes engagés con­tre le régime de Bachar Al Assad, en four­nissant essen­tielle­ment des soins aux « com­bat­tants » blessés et de l’aide human­i­taire, en échange d’actions con­tre l’infrastructure défen­sive et de ren­seigne­ment de l’AAS sur les fron­tières avec Israël. Ain­si, toutes les com­pag­nies de guer­re élec­tron­ique et d’écoutes syri­en­nes ont été attaquées sys­té­ma­tique­ment par les com­bat­tants de Jab­hat Al Nos­ra dans tout l’ouest syrien. Plus de 2 000 com­bat­tants de JAN ont dans le même temps béné­fi­cié de soins en Israël ces dernières années.

Enfin, sous cou­vert de la guer­re préven­tive con­tre le Hezbol­lah, l’armée de l’air israéli­en­ne a effec­tuée des dizaines de frappes stratégiques. Entre jan­vier 2013 et jan­vier 2017, huit cam­pag­nes aéri­en­nes, ciblant du per­son­nel, des infra­struc­tures et des dépôts, ont été effec­tuées par les avions israéliens. Le prin­ci­pal gain obtenu par l’Etat hébreu a indis­cutable­ment été le déman­tèle­ment de l’arsenal chim­ique et bac­téri­ologique syrien en 2014, qui représen­tait pour Damas sa prin­ci­pale force de dis­sua­sion dans sa con­fronta­tion avec Israël.

L’armée turque, du sou­tien aux groupes armés anti-régime à l’alliance avec la Russie
L’autre acteur incon­tourn­able de la guer­re en Syrie est la Turquie qui a joué un rôle très impor­tant en ali­men­tant le con­flit depuis le début. La Turquie sem­blait avoir été motivée par des con­sid­éra­tions pan­touris­tes, liées à l’ethnie turque, en aidant les groupes Turk­mè­nes à gag­n­er du ter­ri­toire dans le nord de la Syrie et sur le lit­toral proche de la Turquie. Elle a refusé de lais­ser se créer un Kur­dis­tan indépen­dant en Irak et en Syrie. Sur le ter­rain, elle four­nit un appui à l’ensemble des groupes dji­hadis­tes qui s’opposent au régime de Bachar Al Assad ou aux forces kur­des du YPG, des mou­ve­ments locaux aux organ­i­sa­tions affil­iées à Al Qaida com­me Jab­hat Al Nos­ra et même l’Organisation de l’Etat Islamique. La Turquie a même acheté l’ensemble des expor­ta­tions pétrolières de l’organisation.

Après l’intervention de la Russie et l’escalade mil­i­taire entre Moscou et Ankara qui s’est ter­minée par une réc­on­cil­i­a­tion après la ten­ta­tive de putsch de juil­let 2016, la Turquie change d’attitude en Syrie. L’armée turque envahit une par­tie du nord syrien, c’est l’opération bouclier de l’Euphrate. Début mars 2017, soit plus de cinq ans après le début du con­flit, la coali­tion rus­so-syri­en­ne est par­venu à couper les voies d’approvisionnement logis­tique ali­men­tant les ban­des armées à par­tir du sud de la Turquie et par­ti­c­ulière­ment de Gaziantep qui est dev­enue la base arrière du dji­hadis­me au Moyen-Ori­ent.

Envois d’armes et for­ma­tion de com­bat­tants
D’autres pays méditer­ranéens se sont impliqués dans la guer­re en Syrie. Le Maroc guer­roie depuis quelques années pour le compte des pays du Con­seil de Coopéra­tion du Golfe (GCC) et se retrou­ve impliqué mil­i­taire­ment dans toutes les coali­tions ini­tiées par Riyad. Six chas­seurs-bom­bardiers F16C/D ont donc été placés sous com­man­de­ment de l’armée émi­ratie et auraient effec­tué une ving­taine de raids en Irak et en Syrie. Très dis­crets sur leurs par­tic­i­pa­tion, les Maro­cains restent trau­ma­tisés par la perte d’un de leurs appareils au Yémen.

La Jor­danie a aus­si con­nu un trau­ma­tisme sim­i­laire dans sa guer­re aéri­en­ne con­tre l’Organisation Etat Islamique, lorsqu’un de ses pilotes fut brulé vif devant les caméras de pro­pa­gan­de de Daech après le crash de son avion près de Raqqa, le 24 décem­bre 2014. Il ne faut pas oublier que c’est en Jor­danie que plusieurs puis­sances occi­den­tales et du Golfe ont entrainé et équipé 50 000 dji­hadis­tes qui ont pris part à la guer­re en Syrie.

Enfin, la France demeure un acteur piv­ot dans la guer­re en Syrie. Touchée sur son sol par des groupes ter­ror­is­tes se revendi­quant com­me proches ou faisant par­tie de la même mou­vance qui domine en Syrie, Paris a pris part à la coali­tion inter­na­tionale et a effec­tuée des cen­taines de raids aériens sur dif­férentes cibles en Syrie. Le lende­main des atten­tats de Paris, le prési­dent François Hol­lan­de avait ordon­né l’intensification des frappes. Des Rafales qui avaient décol­lé du porte avions Charles De Gaule qui mouil­lait au large de côtes syri­en­nes avaient frap­pé le fief ter­ror­is­te de Raqqa, faisant des dizaines de morts.
L’Albanie, l’Italie, l’Espagne ou le Por­tu­gal ont égale­ment con­tribué à la guer­re en Syrie, essen­tielle­ment en envoy­ant des armes et des con­seillers pour for­mer les troupes kur­des.

La mer Méditer­ranée, zone de tran­sit des troupes 
La mer Méditer­ranée a été l’un des théâtres de la guer­re. Sans l’acheminement par voie mar­itime des troupes et des équipements, jamais la Russie n’aurait pu déploy­er autant de troupes et peser sur le cours des évène­ments. Plus de 100 ton­nes tran­si­tent par le détroit du Bospho­re chaque jour. La Méditer­ranée don­ne aus­si l’occasion à la Russie de déploy­er pour la pre­mière fois de son his­toire un groupe aéron­aval pour une mis­sion de guer­re. L’odyssée du Kus­netsov a eu des résul­tats plus que mit­igés pour Moscou, mais a per­mis à l’équipage et aux pilotes d’inscrire les pre­mières mar­ques de com­bat. La base de Tar­tous en Syrie fait désor­mais de la Russie un acteur majeur en Méditer­ranée et encore plus dans la guer­re au Moyen-Ori­ent. L’irruption de Moscou dans la guer­re, ain­si que son redé­ploiement stratégique en Libye à tra­vers des accords avec l’Egypte et les forces du général Haf­tar, pré­fig­urent un accroisse­ment de sa présence mil­i­taire et stratégique en Méditer­ranée.

Akram Kharief
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Pays de tra­di­tion soufie, l’Algérie a aujourd’hui du mal à dévelop­per la recherche sur le soufis­me, alors que les dis­cours inspirés du wah­habis­me se dévelop­pent. Ils sont quelques...

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Pays de tra­di­tion soufie, l’Algérie a aujourd’hui du mal à dévelop­per la recherche sur le soufis­me, alors que les dis­cours inspirés du wah­habis­me se dévelop­pent.

Ils sont quelques dizaines à peine. En Algérie, pays de tra­di­tion soufie, les chercheurs qui tra­vail­lent sur le soufis­me sont peu nom­breux et dis­crets. Si le cheikh Khaled Ben­tounes, guide de la con­frérie Alawiya, né à Mosta­ganem, est con­nu dans le mon­de entier, la pra­tique du soufis­me et son étude sont source d’incompréhension et de cri­tiques dans le pays. Yas­mine, 36 ans, de longs cheveux bruns, a été élevée dans une zaouïa : «On nous dit sou­vent que nous ne sommes pas de vrais musul­mans. J’ai com­pris ma dif­férence la pre­mière fois où je suis allée à l’école publique. Chez moi, il n’était pas tabou d’accueillir un chré­tien ou un athé, et je n’avais jamais enten­du quelqu’un par­ler de kouf­far (mécréant)».

Le soufis­me mar­gin­al­isé sous Boumédiène
«En l’Algérie, de 1965 à 1979, les voix soufies ont été occultées. La décen­nie noire (la péri­ode de ter­ror­is­me des années 1990) a per­mis une prise de con­science et nous sommes désor­mais plus écoutés», estime un respon­s­able de la zaouia Alawiya. «Les soufis sont dis­crets, réti­cents à faire des déc­la­ra­tions, à com­mu­ni­quer sur leurs ren­con­tres et leurs activ­ités car cer­tains salafis­tes n’hésitent pas à regret­ter publique­ment leur exis­tence», explique Saïd Dje­belkheir, le chercheur algérien le plus con­nu sur la ques­tion. Diplômé de Sci­ences islamiques, il a tra­vail­lé com­me jour­nal­is­te et est l’auteur de «Soufis­me et référent religieux» (2011).

S’il est sou­vent inter­viewé par la presse algéri­en­ne, il est par­fois vio­lem­ment attaqué. Lors d’une con­férence publique sur la peine de mort organ­isée par Amnesty Inter­na­tionale en 2016, il est pris à par­ti lorsqu’il déclare que le Coran est tem­porel, c’est à dire, lié à l’époque à laque­lle il a été écrit. «Lorsque l’on attaque des pro­pos, les gens se ser­vent d’une argu­men­ta­tion religieuse util­isée par les salafis­tes. Ce n’est pour­tant pas notre cul­ture, ces argu­ments ont été importés d’Arabie Saou­dite», explique le chercheur.

L’Islam offi­ciel, sun­nite et malékite
Offi­cielle­ment, l’Algérie est un pays musul­man où l’Islam sun­nite est reli­gion d’Etat. Le min­istère des Affaires religieuses explique con­trôler les cul­tes pour éviter toute ten­ta­tive de «désta­bil­i­sa­tion». Ain­si, le référent religieux algérien est le rite malékite : «le référant religieux, celui de nos aïeux et des savants, inspiré de l’Ecole de Médine qui a créé la civil­i­sa­tion de l’Andalousie et a préservé les Andalous qui se sont réfugiés au Maghreb, a fait de la société maghrébine une société ouverte et mod­érée», déclarait Mohamed Aïs­sa, le min­istre des Affaires religieuses à la presse en juin 2016. Si offi­cielle­ment on fait appel aux zaouias com­me aux mosquées pour «lutter con­tre les inva­sions sec­taires et l’extrémisme religieux», Saïd Dja­belkheir déplore un cer­tain lax­is­me vis à vis du dis­cours salafis­te. «On n’essaye pas de les con­trôler. On lais­se faire le dis­cours rig­oris­te et vio­lent, qui peut par­fois aller jusqu’à l’appel à la vio­lence, com­me lorsqu’un salafis­te a con­damné à mort l’écrivain Kamel Daoud (après une déc­la­ra­tion de l’auteur sur l’Islam sur un plateau de télévi­sion français) », explique-t-il.

A la dif­férence des uni­ver­sités tunisi­en­nes ou maro­caines, le soufis­me com­me domaine de recherche n’existe que depuis une ving­taine d’années en Algérie. «Depuis les années 1980, on étu­di­ait les cul­tures pop­u­laires ou la lit­téra­ture pop­u­laire, et c’est là que l’on par­lait de soufis­me, résume Said Dja­belkheir. Aujourd’hui, nous con­nais­sons très mal notre pat­ri­moine soufi. Il n’est pas com­plète­ment recen­sé. Com­me c’est un pat­ri­moine oral, s’il se perd, ce sera irrécupérable. Le plus gros du tra­vail pour la recherche algéri­en­ne est désor­mais d’étudier le soufis­me vivant».

Mardi 21 mars à Mar­seille, le Col­lège de Méditer­ranée, dont 15–38 est parte­naire, organ­ise à l’école Cen­trale de Mar­seille, la con­férence «Une spir­i­tu­al­ité méditer­ranéen­ne ? Islam, soufis­me et con­tact inter­re­ligieux dans l’histoire de la Méditer­ranée» avec Giuseppe Cecere, his­to­rien de l’université de Bologne et Sylvie Denoix, his­to­ri­en­ne du CNRS.

http://www.rencontresaverroes.com/college-de-mediterranee/article/conference-4-une-spiritualite-mediterraneenne-islam-soufisme-et”

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