Idrocarburi: ogni settimana sversato in mare l’equivalente di un’Erika

Più di 200mila barche mer­can­tili si incro­ciano ogni giorno nel Mediter­ra­neo. Svuo­ta­men­to dei ser­ba­toi del car­bu­rante e delle acque di zavor­ra e inci­den­ti inquinano il mare. Nonos­tante la...

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Più di 200mila barche mer­can­tili si incro­ciano ogni giorno nel Mediter­ra­neo. Svuo­ta­men­to dei ser­ba­toi del car­bu­rante e delle acque di zavor­ra e inci­den­ti inquinano il mare. Nonos­tante la rego­la­men­tazione, le asso­ci­azioni sem­bra­no impo­ten­ti.

Un’onda nera si esten­de­va nel pic­co­lo gol­fo, a una cinquan­ti­na di metri dal­la cos­ta. In lon­tanan­za, due pun­ti rossi flut­tua­vano in acqua. Nel 2013, il litorale del­la cit­tà alge­ri­na di Skik­da veni­va con­t­a­m­i­na­to da una fuga di petro­lio. A 470 chilometri a est di Algeri, Skik­da è uno dei bas­tioni dell’industria petro­lif­era del Paese. Nel­la baia le sea-lines, grosse brac­cia gal­leg­gianti rosse, per­me­t­tono di cari­care le petroliere trop­po grosse per avvic­i­nar­si al por­to e alla piattafor­ma pertrolchim­i­ca del­la cit­tà. Ma quell’anno le sea-lines, inuti­liz­zate da diver­si mesi, sec­on­do le asso­ci­azioni del­la cit­tà si sono fis­sur­ate per le intem­perie. Resta­va del petro­lio all’interno che si è river­sato nel mare. A Sto­ra, il por­to di pesca attiguo, i pesca­tori non han­no potu­to fare niente.

A Skik­da, sver­sa­men­ti e deraglia­men­to di treni
Gli inci­den­ti sono rego­lari, in mare come sul­la ter­ra. Tra il 2012 e il 2013 nel­la regione han­no avu­to luo­go otto inci­den­ti di treno o di camion, che han­no por­ta­to allo sver­sa­men­to del cari­co d’idrocarburi nel­la natu­ra. Nel luglio 2013, 580mila litri di gaso­lio si sono sver­sa­ti durante il deraglia­men­to di dieci vago­ni-cis­terne a 35 chilometri da Skik­da. I servizi del­la Sonatra­ch, com­pag­nia per­o­lif­era nazionale, han­no affer­ma­to di aver pre­so a cari­co l’inquinamento e le autorità han­no dichiara­to che non c’era sta­to «alcun impat­to sull’ambiente». Ma gli scien­ziati affer­mano invece che anche se l’area dell’incidente è sta­ta rip­uli­ta, in gen­erale res­ta il 10% del­la quan­tità totale sver­sa­ta a impreg­nare la natu­ra.

I res­i­den­ti si sentono impo­ten­ti. «Che si puó fare ? Niente. Asso­lu­ta­mente niente. Siamo con­dan­nati a fare il bag­no in un mare inquina­to, a man­gia­re pesce tossi­co e a res­pi­rare aria insalu­bre», sospi­ra un abi­tante del luo­go. Le asso­ci­azioni lan­ciano l’allerta per­ché con­statano un aumen­to dell’incidenza di can­cro.

Dal 1977, il 6% degli inci­den­ti che coin­vol­go­no petroliere nel Mediter­ra­neo han­no avu­to luo­go in Alge­ria. La Gre­cia, nel­lo stes­so peri­o­do, reg­is­tra il 30% degli inci­den­ti. L’incidente più grave che abbia mai conosci­u­to il Mediter­ra­neo res­ta la cat­a­strofe dell’Haven, in Italia: nel 1991, nelle acque di Gen­o­va furono sver­sate 144mila ton­nel­late d’idrocarburi.

Svuo­ta­men­to dei ser­ba­toi del car­bu­rante e delle acque di zavor­ra, “inquina­men­ti oper­azion­ali”
Ma questi inci­den­ti, cer­to spet­ta­co­lari e spes­so fat­tore di adozione di nuove rego­la­men­tazioni più severe, non rap­p­re­sen­tano che un ter­zo dell’inquinamento da idro­car­buri lega­to alle navi. Ogni anno più di 400mila ton­nel­late di petro­lio sono delib­er­ata­mente sver­sate nel mare dal­lo svuo­ta­men­to dei ser­ba­toi del car­bu­rante e delle acque di zavor­ra. Lo scari­co delle acque di zavor­ra, essen­zial­mente prodot­to dalle petroliere, con­siste nel­lo sver­sa­men­to in mare di un mis­to d’acqua di mare e di petro­lio, prove­niente dai ser­ba­toi. Gli equipag­gi pro­ce­dono a quest’operazione per pulire i ser­ba­toi pri­ma di un nuo­vo cari­ca­men­to. Il degasag­gio, che riguar­da invece tutte le navi, con­siste nel­lo scari­co di oli e car­bu­rante dei motori nel mare.

Il mar Mediter­ra­neo è par­ti­co­lar­mente sen­si­bile a questo inquina­men­to det­to “oper­azionale”, per­ché in esso si con­cen­tra il 25% del traf­fi­co marit­ti­mo mon­di­ale di idro­car­buri. La metà del traf­fi­co parte dal Medio Ori­ente ver­so l’Italia, e cir­ca un ter­zo dall’Africa del Nord (Alge­ria e Lib­ia) ver­so la Fran­cia. Sec­on­do i dati del 2008 di Plan Bleu, 370 mil­ioni di ton­nel­late d’idrocarburi tran­si­tano ogni anno nel Mediter­ra­neo, e ogni giorno nav­igano nell’area tra 250 e 300 petroliere. Si trat­ta quin­di glob­al­mente di 2000 navi di oltre 100 ton­nel­late pre­sen­ti in mare o nei por­ti, e 220mila navi mer­can­tili di oltre 100 ton­nel­late che attra­ver­sano ogni anno il Mediter­ra­neo.

Rego­la­men­tazioni inef­fi­caci
Sec­on­do le stime del Wwf, l’inquinamento volon­tario causato dal­lo scari­co di oli e residui di car­bu­rante rap­p­re­sen­ta l’equivalente di un naufra­gio Eri­ka (la petroliera noleg­gia­ta dal­la soci­età Total che ha fat­to naufra­gio nel 1999 sulle coste atlantiche france­si) a set­ti­mana nel Mediter­ra­neo. In teo­ria queste pratiche sono vietate, ma gli Sta­ti fat­i­cano a far appli­care la rego­la­men­tazione. Innanz­i­tut­to i Pae­si mediter­ranei sono poco attrez­za­ti in impianti di ricezione di queste acque di zavor­ra o di car­bu­rante. Poi, quan­do viene commes­sa un’infrazione, per far con­dannare i respon­s­abili bisogna anche poter­la provare.

Ritorno sul­la cos­ta alge­ri­na. Nel­la cit­tà di Anna­ba, ver­so la fron­tiera tunisi­na, alcune asso­ci­azioni han­no immer­so una scogliera arti­fi­ciale nel cor­so dell’estate 2016. «Una delle con­seguen­ze dell’inquinamento indus­tri­ale è la dis­truzione del­la flo­ra e del­la fau­na sot­toma­rine», spie­ga Emir Berkane, por­tav­oce del­la rete Pro­biom, un grup­po di asso­ci­azioni di pro­tezione dell’ambiente che si sono riu­nite per avere mag­giore impat­to. Da quat­tro anni queste asso­ci­azioni han­no cer­ca­to di sen­si­bi­liz­zare le autorità alla neces­sità di ricreare la bio­di­ver­sità nei fon­dali mari­ni. Una delle soluzioni è il posizion­a­men­to di scogliere arti­fi­ciali, che per­me­t­tono alla flo­ra di ricostru­ir­si e quin­di ai pesci di tornare. «C’era un vuo­to nor­ma­ti­vo nel­la leg­is­lazione, abbi­amo quin­di lavo­ra­to per creare dei testi e ottenere l’autorizzazione d’immergere delle scogliere arti­fi­ciali in cinque cit­tà costiere», spie­ga. Nonos­tante il sosteg­no del min­istro del­la Pesca dell’epoca, nonos­tante i finanzi­a­men­ti ottenu­ti dalle Nazioni Unite, l’autorizzazione uffi­ciale non arri­va, e le asso­ci­azioni minac­ciano allo­ra di usare la “dis­obbe­dien­za civile” e immerg­ere le scogliere sen­za autor­iz­zazione. «Abbi­amo la pro­va sci­en­tifi­ca che nel por­to di Mar­siglia, gra­zie alla scogliera arti­fi­ciale del Pra­do, i pesci sono tor­nati. Ma le autorità alger­ine riten­gono che sia irre­al­iz­z­abile dal pun­to di vista logis­ti­co. Allo­ra siamo bloc­cati», rac­con­ta lo scien­zi­a­to a mal­in­cuore. Attual­mente la rete Pro­biom ha real­iz­za­to un doc­u­men­tario ped­a­gogi­co sul­la scogliera di Anna­ba: «un lavoro pro­fes­sion­ale con cam­era sot­toma­ri­na e drone, per mostrare all’opinione pub­bli­ca che fun­ziona e che questo genere d’iniziativa dev’essere riprodot­to» assi­cu­ra Emir Berkane. Bisogna ormai pas­sare per la base per spin­gere le autorità a pren­dere delle deci­sioni? «Il gov­er­no non va alla nos­tra stes­sa veloc­ità ─ argo­men­ta il por­tav­oce di Pro­biom ─. Noi rius­ci­amo a orga­niz­zare delle spedi­zioni sci­en­ti­fiche con ref­eren­ze inter­nazion­ali, rac­cogliamo fon­di e orga­nizzi­amo even­ti. Ed è il quadro leg­isla­ti­vo a bloc­car­ci». Ma oggi il mil­i­tante ha una nuo­va sper­an­za, gra­zie alla nom­i­na di Nico­las Hulot come min­istro dell’Ambiente in Fran­cia. «I nos­tri due Pae­si col­lab­o­ra­no molto, e Nico­las Hulot puó avere un’influenza molto pos­i­ti­va. Si sa che spes­so è ques­tione di per­sone», sor­ride Emir Berkane.

Leïla Beratto
Traduzione : Silvia Ricciardi

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