I pescatori di fronte alle sfide della biodiversità

Rédigé par : 15-38 mediterranée
Mis à jour le 17/10/2020 | Publié le 17/08/2017

Nel Mediterraneo, l’80% della pesca proviene dalla pesca artigianale, pesca realizzata non lontano dalle coste su piccole barche o a bordo di pescherecci. Questa categoria di pesca è pesantemente colpita dal depauperamento delle risorse ittiche constatato sistematicamente dagli scienziati e dalle misure restrittive che ne derivano.

Ogni mattina sul Vecchio Porto animato di Marsiglia le bancarelle dei pescatori attirano i passanti, che osservano con curiosità il contenuto delle vasche piene di pesce pescato di buon mattino non lontano dalle coste marsigliesi. Nel menù della stagione estiva lo scorfano per la zuppa, o ancora, sparaglioni a bizzeffe. Davanti alle esitazioni degli acquirenti, i pescatori non esitano ad abbassare i prezzi già più che ragionevoli. « Quelli ci fanno capitolare », è la reazione di Jean-Claude Izzo. Seduto nella sua barca ormeggiata al Vecchio Porto, quest’uomo è il rappresentante dei pescatori di Marsiglia, organizzati in prud’homie (ndr cooperativa di pesca) da decenni. « Quelli », sono i decisori che fissano le norme europee che si applicano tanto ai grossi pescatori industriali nell’Atlantico che ai piccoli pescatori in Mediterraneo. Le quote sul divieto di pesca del tonno rosso e recentemente sull’orata, li riguardano e li colpiscono ugualmente. Un sentimento di ingiustizia denunciato dai pescatori artigianali. A Marsiglia i pescatori puntano il dito anche contro il parco nazionale delle Calanques, concepito nel 2012 da un comitato di utenti, di politici e di scienziati.

« Non abbiamo più molte zone dove pescare e dove il pesce è abbondante. Dall’istituzione del parco nazionale delle Calanques, ho una perdita del 50% del mio giro d’affari. Tutte le zone dove si pescava il buon pesce sono ormai vietate alla pesca. Non sono contro queste riserve ma ci vorrebbero delle legislazioni più flessibili che ci permettessero di poter perscare qualche volta », insiste Jean-Claude Izzo. Il 60,17 per cento, ossia 53292 km² dello spazio costiero mediterraneo francese, è posto sotto uno statuto di protezione attraverso delle aree marine protette con dei livelli variabili di proibizione della pesca e delle altre attività turistiche. L’istituzione di queste aree è decisa e delimitata da diversi decisori in funzione della natura della protezione ; può dunque trattarsi di un parco marino, un parco nazionale, un parco naturale marino, una riserva naturale, un parco naturale regionale, un terreno acquisito per la conservazione del litorale, un decreto di protezione e, tra le varie tipologie, si trovano anche i siti classificati Natura 2000.

L’interesse di delimitare delle aree marine protette

« Dove si smette di pescare si ha ovunque una più grande diversità di pesce e i pesci sono più grossi. Da 40 anni la risorsa si riduce, i pescatori ne hanno consapevolezza. Le tecniche di pesca si sono moltiplicate, il materiale si è evoluto, dunque l’attività è cresciuta », rivela Laurence Ledireach, ricercatrice all’Imo, l’Istituto mediterraneo di oceanologia, a Marsiglia. « Ci sono riserve protette perché si pesca troppo e si osserva una crisi delle risorse. Quindi si mette la natura sotto una campana di vetro e si prova a gestire meglio le attività umane », prosegue la ricercatrice che esce regolarmente in mare con i pescatori artigianali, fini conoscitori degli ambienti marini e della loro evoluzione. Questo approccio scientifico è parzialmente condiviso da questi ultimi, che non si sentono interessati dalla sovrapesca. A bordo delle loro piccole imbarcazioni pescano da 1 ora e mezza a un massimo di 5 ore al giorno, e non hanno l’impressione di prendere parte all’esaurimento della risorsa ittica. Tuttavia la progressiva diminuzione di certe specie, e l’impatto negativo nello sviluppo di altre, sono dei segni seriamente presi in considerazione dalle differenti branche della ricerca oceanologica. I loro lavori quindi contribuiscono a indirizzare le decisioni prese in tema ambientale.

Le aree marine permettono di proteggere gli habitat delle specie prioritarie, dove queste si nutrono e si riproducono. È il caso della prateria di posidonia, indispensabile e tuttavia minacciata in certe zone. In generale, queste sono delimitate all’interno di zone poco colpite dall’inquinamento, eccezion fatta per il rilascio di fanghi rossi tossici prodotti dall’industria d’alluminio Altéo a Gardanne, nel parco nazionale delle Calanques, a Marsiglia, un’area marina protetta dove sono sversati questi fanghi contenenti in parte metalli pesanti a 7,7 km dalle coste al largo di Cassis, attraverso una canalizzazione situata a 320 metri di profondità. La dispersione di particelle per diverse centinaia di metri potrebbe essere responsabile della contaminazione, o persino della morte, di certe specie.

« Il lavoro di cogestione con i pescatori è indispensabile per far comprendere loro le sfide e per dare continuità alla risorsa », dichiara Magali Mabari, responsabile della comunicazione di Medpan (rete dei gestori delle aree marine protette nel Mediterraneo). « L’obiettivo è anche di conservare questo mestiere ancestrale della pesca artigianale perché, delimitando delle zone protette, i pesci restano in vita più a lungo e invecchiando raggiungono il loro massimo livello di fertilità e si riproducono più numerosi, la risorsa si trasferisce e va a colonizzare altre zone dove la pesca è autorizzata », continua. Così in Turchia, Medpan ha vietato alla pesca sei zone. Il lavoro congiunto di sorveglianza delle guardie costiere e i pescatori ha permesso loro di conservare intatte queste aree marine, dove gli stock di pesce si sono rigenerati. Dopo un certo tempo si sono trasferiti e hanno permesso ai pescatori di aumentare i loro stock e le vendite, e di quadruplicare le loro entrate. La sorveglianza fa parte della gestione di queste aree marine protette, se questa non è assicurata lascerà il posto alla pesca illegale praticata da professionisti o dai pescatori amatoriali, numerosi sulle coste francesi.

La pesca ricreativa non limitata ha un impatto sull’ambiente marino

Una delle cause osservate dal mondo della ricerca e della pesca è l’assenza di regolamentazione e di gestione dell’attività della pesca, che permette a molte persone di praticare la pesca ricreativa senza limiti e a volte in modo illegale malgrado il lavoro rigoroso della guardia ittica. Questi pescatori sarebbero circa 250mila tra Nizza e Collioure, l’insieme della costa mediterranea francese (900 Km), e sono sempre meglio equipaggiati. Riguardo la pesca professionale, il comitato regionale di pesca della regione Paca (Provenza-Alpi-Costa Azzurra) ha contabilizzato nel 2016 932 pescatori artigianali in Paca, di cui 252 a Marsiglia, cifre che comprendono le piccole pesche (le colture in acque marine, la molluschicoltura, la piccola pesca di meno di 24 ore), la pesca costiera (da 24 a 96 ore), la pesca al largo e la grande pesca industriale.

Attualmente il tonnellaggio della pesca ricreativa è identico a quello della pesca professionale, una constatazione condivisa nell’ambiente della ricerca. Alcuni pescatori occasionali ne ricavano profitti e restano nell’illegalità rispetto ai pescatori professionali che pagano pesanti oneri.

Come notano alcuni pescatori sentiti a Marsiglia, le alacce sono scomparse, e certe specie come le sardine sono di taglia ridotta, segno che si sviluppano male, o meno di prima. In causa la sovrapesca e l’inquinamento (industriale e della plastica), che provocano lo spostamento o l’estinzione dell’habitat dove queste si nutrono, si riproducono e si sviluppano.

L’impatto dell’uomo sugli ambienti marini contribuisce ogni giorno all’inquinamento del Mediterraneo. Sulle coste i pescatori sono i primi a essere colpiti dal depauperamento delle risorse ittiche, e il loro mestiere rischia di perdersi. A Marsiglia il loro numero diminuisce. La maggiore fonte di inquinanti organici nelle acque mediterranee è in primo luogo la raffinazione di petrolio e in seconda posizione ci sono gli imballaggi alimentari. Tutti noi siamo responsabili quindi. Anche se esistono delle soluzioni grazie alla mobilitazione di alcuni, è nostro dovere interrogarci in primo luogo sui nostri stili di vita e di consumo.